Dopo la Lombardia, anche il Veneto guarda a Argentina e Brasile alla ricerca di infermieri per i reparti rimasti senza personale. Per il Nursing Up il paradosso è evidente: mentre i sistemi sanitari europei più attrattivi trattengono le proprie eccellenze e reclutano all’estero per migliorare le cure, l’Italia perde professionisti formati con ingenti risorse pubbliche e cerca sostituti oltreoceano per tappare le falle, senza una strategia efficace per fermare le partenze.
Il progetto del Veneto
Il progetto triennale del Veneto partirà dall’Ulss 1 Dolomiti, nel Bellunese, coinvolgendo istituzioni locali, università e comunità di emigrati. Sono previsti verifica delle competenze, formazione linguistica, tutoraggio e sostegno all’inserimento, con dettagli che, osserva il sindacato, ancora non si conoscono.
“Riempire una vasca senza chiudere il buco sul fondo”
«Eppure è evidente che continuare a cercare infermieri all’estero, mentre migliaia di professionisti italiani abbandonano il Paese, equivale a tentare di riempire una vasca senza chiudere il buco sul fondo», dichiara Antonio De Palma, presidente nazionale del Nursing Up. «Non abbiamo alcun pregiudizio verso i colleghi stranieri, che devono essere accolti, rispettati e messi nelle condizioni di lavorare in sicurezza. Ma reclutare per rafforzare un sistema sanitario è diverso dal cercare sostituti perché non si riescono a trattenere i propri professionisti. Gli altri investono sulle retribuzioni e sulla qualità dell’assistenza. Noi rincorriamo l’emergenza».
Il rischio di diventare un Paese di transito
«Chi garantisce che gli infermieri reclutati in Argentina e Brasile resteranno in Italia?», si chiede De Palma. «Dopo aver acquisito esperienza, cosa impedirà loro di scegliere Svizzera, Germania, Spagna o Paesi Bassi, dove stipendi e prospettive sono più attrattivi? È un rischio già evidenziato per il reclutamento dall’India. L’Italia rischia di diventare un Paese di transito: reclutiamo infermieri, li formiamo, li integriamo e poi li perdiamo a vantaggio di sistemi sanitari che offrono condizioni migliori. Prima di nuove traversate dell’Atlantico, Governo e Regioni dovrebbero creare condizioni idonee perché gli infermieri, italiani e stranieri, possano e vogliano restare».
Stipendi europei a confronto
Secondo Health at a Glance 2025 dell’OCSE, le retribuzioni medie annue degli infermieri ospedalieri, in dollari a parità di potere d’acquisto, sono:
| Paese / area | Retribuzione media annua | Differenza rispetto all’Italia |
|---|---|---|
| Italia | 48mila | — |
| Media OCSE | 61mila | +13mila |
| Germania | 73mila | +25mila |
| Spagna | 73mila | +25mila |
| Paesi Bassi | 82mila | +34mila |
«I nostri infermieri vengono cercati già all’università o dopo anni di esperienza. Formiamo eccellenze che altri valorizzano», sottolinea De Palma. «Perdiamo professionisti con dieci, quindici, vent’anni di esperienza in pronto soccorso, terapia intensiva e medicina interna: competenze cliniche, gestione dei pazienti critici e capacità di formare i più giovani».
Le partenze e i flussi dall’estero
Secondo le agenzie di reclutamento, richiamate anche dall’Eurispes, fino a 7mila infermieri italiani all’anno intraprendono percorsi professionali all’estero. Gli osservatori regionali attribuiscono ai professionisti di origine straniera già integrati in Italia circa il 5% dei flussi, pari a 300-350 infermieri. «Se non tratteniamo neppure loro, come tratterremo chi reclutiamo in Argentina e Brasile?», chiede De Palma, ricordando che nella vicina Svizzera gli infermieri possono guadagnare anche il triplo, secondo i riferimenti dell’Ufficio federale della sanità pubblica elvetico.
Quasi 200 milioni di investimento formativo a rischio ogni anno
Secondo le elaborazioni richiamate da CREA Sanità, formare un infermiere richiede circa 30mila euro di investimento pubblico. Applicando questa cifra alle 7mila partenze annue stimate da agenzie come Hunters Group, e detraendo la quota di chi non si è formato in Italia, il costo indicativo della formazione associata alle partenze, secondo la stima del sindacato, raggiunge poco meno di 200 milioni di euro l’anno.
«Ma il danno maggiore è la perdita di esperienza clinica, continuità assistenziale e competenze specialistiche», conclude De Palma. «Servono assunzioni stabili, stipendi competitivi, condizioni sostenibili e carriere cliniche che riconoscano formazione avanzata ed esperienza».
