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2 milioni di italiani hanno rinunciato a curarsi nel 2022

Una crisi senza precedenti quella che ha colpito l’Italia negli ultimi 2 anni e che, senza misure adeguate, è destinata a proseguire. Stiamo parlando del problema della sanità pubblica e di tutto ciò che ne consegue per la popolazione.

In un comunicato del Nursing Up, Antonio de Palma riflette sulla crisi del SSN, affermando: “Nel 2022 la spesa sanitaria sostenuta direttamente dalle famiglie italiane, la cosiddetta ‘out of pocket’, ammonta a quasi 37 miliardi di euro: in quell’anno oltre 25,2 milioni di famiglie in media hanno speso per la salute 1.362 euro, oltre 64 euro in più rispetto al 2021 che salgono a 100 euro per il Centro sud.

Inoltre, 4,2 milioni di famiglie hanno fortemente limitato le spese per la salute, in particolare al Sud. E più di 1,9 milioni di persone hanno addirittura rinunciato a prestazioni sanitarie per ragioni economiche. E’ a rischio la salute di oltre 2,1 milioni di famiglie indigenti. Lo rileva l’analisi della Fondazione Gimbe che si basa su dati Istat.

Il report a cui siamo di fronte è davvero allarmante e dovrebbe rappresentare, agli occhi della politica, l’ennesimo campanello di allarme, ma soprattutto dovrebbe, ce lo auguriamo davvero, scuotere finalmente le coscienze.

Nessun Paese civile, al pari del nostro, che investe così tanto nella formazione universitaria di professionisti sanitari che a livello europeo hanno pochi eguali, e che vanta strutture sanitarie all’avanguardia per la cura di tumori o per i trapianti più delicati, o per la ricerca nelle patologie cardiache, può permettersi di avere, però, di contro, lacune così pesanti nella gestione dei servizi sanitari quotidiani da erogare alla collettività.

Perché sia chiaro, guardiamo in faccia alla realtà, non c’è solo l’Italia degli interventi complessi e unici al mondo che finiscono sulle riviste scientifiche più autorevoli, non c’è solo l’Italia con i reparti pediatrici migliori del pianeta che chiama al suo capezzale i bambini feriti dei luoghi di guerra.

Vogliamo forse continuare a nascondere la testa sotto la sabbia, ma i mesi e mesi di attesa di un povero pensionato per una tac in un ospedale del Sud, le code infinite nei pronto soccorsi che con i picchi influenzali si trasformano in polveriere, la totale assenza di una sanità territoriale degna di tal nome, dove non ci sono infermieri domiciliari per i malati cronici allettati, infermieri nelle scuole per garantire il diritto allo studio per i disabili e dove nelle carceri un professionista si occupa da solo anche di 200 detenuti “difficili”, rappresentano il più tragico dei rovesci della medaglia.

E in più, senza nessuna tutela, una madre di famiglia, una donna, una infermiera, deve anche essere presa a botte fino a svenire, da parte di un paziente infuriato in un pronto soccorso.

In un Paese che per legge costituzionale deve garantire il diritto alla salute indistintamente e farlo con prestazioni all’insegna dell’uguaglianza e della qualità legata al fabbisogno della popolazione, non è concepibile che quasi 2 milioni di persone,  solo nell’anno 2022, abbiano rinunciato addirittura alle cure.

Non smetteremo mai sottolineare che non è questa la sanità che vogliamo e che se da un lato, l’indispensabile valorizzazione del personale sanitario e la risoluzione almeno in parte delle carenze, su tutti quella degli infermieri, risolverebbero in buona percentuale la drammatica situazione, contribuendo ad elevare finalmente il livello di una sanità pubblica fatiscente, dall’altra parte fa riflettere un Pil della sanità sceso sotto la soglia del 7%, rispetto a quello di Paesi come quelli del Golfo, che lo hanno portato addirittura al 10.

Non può esserci altra priorità se non quella di investire maggiori risorse negli uomini e nelle donne della salute, nell’edilizia ospedaliera, nella formazione, mentre qualcuno con toni trionfalistici pensa bene di andare a reclutare infermieri in Sudamerica, che non parlano la nostra lingua, per gettarli nella mischia a contatto con soggetti fragili, gravando con le loro lacune il lavoro già difficile dei nostri colleghi, allo scopo di risolvere la crisi, correndo il rischio invece di abbassare ulteriormente un livello già tutt’altro che eccelso, sino a  mettere a rischio l’assistenza.

Il timore fondato è che autorevoli report come questo, tanto negativi, possano ripetersi nel tempo, per raccontarci che nulla sta realmente cambiando”, conclude De Palma.

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