Carcere Avellino: 2 Infermieri per 600 detenuti, Nursind scrive al Ministro Piantedosi

3 settimane ago

Una situazione che ormai è diventata al limite delle condizioni di lavoro umane quella che si sta verificando, da qualche mese a questa parte, nel carcere di Avellino.

Sarebbero soltanto due infermieri in turno per ben 600 detenuti. Una mole di lavoro che rischia di mettere in pericolo non solo i colleghi ma anche i detenuti stessi. Ed è proprio per questo motivo che il sindacato infermieristico Nursind ha scritto una lettera al Ministro Piantedosi.

E’ nella stessa lettera che si legge: “Le scriviamo come professionisti della salute e come Suoi conterranei, spinti da un senso del dovere che ha ormai superato il limite della sopportazione fisica e deontologica. Come Sindacato NurSind denunciamo il totale fallimento delle precedenti fasi di conciliazione e il permanere di condizioni di lavoro che riteniamo lesive della dignità umana e della sicurezza dello Stato.

Due sono le piaghe che rendono il servizio presso questo istituto un paradosso istituzionale:

  • Carenza di organico oltre ogni limite di sicurezza: La presenza di sole 2 unità infermieristiche per
    oltre 600 detenuti rende matematicamente impossibile garantire i Livelli Essenziali di Assistenza. In
    un contesto dove l’emergenza è la norma, tale sproporzione espone il personale a un rischio
    professionale ed extralegale inaccettabile, oltre a minare la stabilità dell’ordine pubblico interno.
  • Violazione dei protocolli igienici fondamentali: L’assenza di acqua corrente nelle ore notturne
    rappresenta una criticità che definire allarmante è eufemistico. Il lavaggio delle mani è la prima e più
    importante misura preventiva contro le infezioni correlate all’assistenza. Inibire questo gesto
    elementare in un ambiente comunitario chiuso significa favorire deliberatamente la diffusione di
    patologie, mettendo a rischio non solo i lavoratori e i detenuti, ma l’intera collettività.

Signor Ministro, Lei conosce la tempra e la dedizione dei lavoratori della nostra terra, ma sa anche che la dignità non è negoziabile. A distanza di un anno dal primo stato di agitazione e nonostante il ricorso alle vie legali, nulla è cambiato.

Il Suo ruolo di garante dell’ordine pubblico e il Suo legame con questo territorio ci spingono a chiederLe un intervento diretto. Non possiamo più accettare che la sicurezza di un istituto penitenziario dello Stato poggi sulla privazione dei diritti sanitari minimi.

Proclameremo un nuovo stato di agitazione. Non è una minaccia, ma un atto di estrema difesa verso una professione che amiamo, ma che in queste condizioni ci è impedito di esercitare secondo scienza, coscienza e, soprattutto, decenza.

Confidiamo che la Sua voce possa finalmente rompere il silenzio che avvolge le mura di questo carcere”.