Abbiamo raggiunto Marica Putgioni, infermiera italiana che, da qualche anno, ha lasciato il nostro paese per lavorare in Svizzera tedesca. Marica tornerà in Italia come volontaria per le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, nel team infermieristico del punto di primo intervento del Policlinico di Bormio.
- Puoi raccontarci brevemente il tuo percorso professionale prima di trasferirti in Svizzera?
Appena laureata sono andata alla ricerca di un contesto particolare cercando di evitare la libera professione o le RSA. Sono incappata per caso in Fondazione Arca, dove sono stata circa 1 anno. Una realtà complessa e molto dura, ma allo stesso tempo molto formativa. A dicembre del 2018 fino al mio trasferimento in Svizzera ho lavorato presso una grande ASST milanese perlopiù nell’ambito dell’emergenza/urgenza. Mentre lavoravo ho conseguito la laurea magistrale in Scienze cognitive e dei Processi Decisionali con una tesi sull’ utilizzo della Blockchain in sanità.
- Qual è stato il momento o l’evento che ti ha spinto a considerare un trasferimento all’estero?
Il Covid-19, secondo me, ha portato gravi danni, mutazioni e ferite nelle persone, nelle direzioni ospedaliere e nella qualità delle cure. Come tanti ho sofferto di burnout mal curato e sono entrata in modalità sopravvivenza per diverso tempo. Più che la gestione del Covid ho sofferto la difficoltà di ristabilire l’equilibrio terminata l’emergenza. A questo senso di instabilità si aggiungono i temi dell’aggressività contro il personale, la mancanza di un riconoscimento sociale e contrattuale. In generale la vita a Milano aveva iniziato a diventare difficile, molto costosa e poco soddisfacente. Perciò appena conseguita la Magistrale ho iniziato a cercare un posto che potesse permettermi di sopravvivere senza distruggermi.
- Quali erano le tue principali aspettative (personali e professionali) quando hai deciso di trasferirti in Svizzera?
Oltre alla Svizzera ho valutato anche altri stati come Panama, Regno Unito e Singapore. Ho scelto la Svizzera tedesca per un insieme di fattori, come contiguità, facilità di trasferimento e benessere generale. Mi aspettavo sicuramente un miglior rapporto stipendio/costi della vita, un sistema sanitario di qualità e in generale una migliore qualità di vita che mi permettesse di ricostruirmi dopo anni di sopravvivenza.
- Come ti sei preparata dal punto di vista pratico (documenti, lingua, riconoscimento dell’attestato di infermiera, ricerca di lavoro)?
In rete ho trovato diversi progetti che si occupano di portare figure sanitarie all’estero. Ho fatto dei colloqui e ho valutato le varie offerte. Ho trovato un progetto estremamente valido che ha organizzato il percorso linguistico e mi ha supportato nella creazione del curriculum e nella documentazione. Per il mio progetto in particolare, c’è stata una collaborazione diretta con il Kantonspital Aarau. Ho avuto fin da subito un pre-contratto che è stato definitivo dopo una giornata di prova e il colloquio in sede in tedesco. Il riconoscimento del titolo è obbligatorio, ma facile e rapido da ottenere.
- Hai avuto dei timori o delle preoccupazioni prima della partenza? Come li hai gestiti?
Assolutamente sì, i cambiamenti spaventano. Ho avuto spesso paura di non riuscire a sopportare il carico di stress e il timore di non farcela a causa della lingua e delle differenze culturali era forte. Caratterialmente sono una persona che tende ad uscire spesso fuori dalla propria zona di comfort. Mi ha aiutato pensare che da contratto CCNL avrei potuto chiedere il reintegro entro 5 anni, ma la spinta maggiore è derivata dal rifiuto di fallire. Non ero disposta a lasciare che il sistema mi consumasse definitivamente. Il percorso non è stato semplice e ci sono stati momenti difficili, ma più si va avanti e più questi lasciano spazio alle soddisfazioni.
- Quali sono le differenze più evidenti che hai riscontrato tra il sistema sanitario svizzero e quello italiano?
Il sistema si basa sulle assicurazioni. Quella di base è obbligatoria e ognuno può scegliere il piano che desidera. In generale l’accesso alle cure è molto più facile e veloce. La presa in carico e l’eventuale follow-up avvengono automaticamente. Nella pratica quotidiana abbiamo a disposizione dei presidi e delle figure sanitarie che in Italia ho visto solo nella teoria. Anche il rapporto con l’utenza è completamente diverso.
Avendo meno pazienti da gestire e più figure di supporto siamo in grado di erogare una cura di maggiore qualità. Il paziente riceve un servizio alberghiero altissimo con pasti da ristorante, prodotti per la cura del corpo e con determinati tipi di assicurazione anche servizio in camera e carrello dei dolci a merenda. E questo è lo standard normale, non un lusso.
La gestione dell’attività infermieristica avviene tramite l’utilizzo di NANDA NIC e NOC e la parte di documentazione delle nostre prestazioni è una fetta importante del nostro lavoro, ma è ben concepita e con un po’ di pratica è anche facile da assolvere.
- Come descriveresti il rapporto tra vita privata e lavoro qui rispetto all’Italia?
Da contratto lavoro poche ore in più rispetto a quelle previste nel CCNL, ma nella pratica non noto una grossa differenza. La turnistica non è regolare, si possono fare anche più notti di fila (fino anche a 5/6 della durata di 7,5 ore) e questo in realtà ci permette di avere più risposi al mese. La turnistica si può anche concordare con il coordinatore infermieristico, e alcune aziende permettono l’esclusione dalle notti senza passare dal medico del lavoro. Ad esempio, ho colleghe che fanno solo notti, solo mattine o solo pomeriggi.
Vengono sempre prese in considerazione le desiderate e il piano turni viene esposto 2/3 mesi prima. In alcuni ospedali anche il piano ferie viene fatto annualmente con la flessibilità di poter eseguire dei cambi secondo necessità. Abbiamo anche la possibilità di modificare il tempo di lavoro fino a 3 volte l’anno, quindi passare da un full time ad un part-time nelle varie % senza grosse difficoltà anche per brevi periodi.
- Ci sono aspetti culturali o quotidiani (es. orari, costi della vita, integrazione sociale) che ti hanno sorpreso o che hanno richiesto un adattamento?
Ho trovato più rigidità mentale e di conseguenza meno capacità di problem solving. C’è la tendenza ad avere tutto estremamente standardizzato e per ogni cosa, anche la più banale ci sono protocolli, linee guida o procedure scritte. I sistemi informati sono ben fatti e alleggeriscono molto il lavoro burocratico e la documentazione cartacea è praticamente inesistente. Personalmente ho trovato grande disponibilità e non ho fatto fatica ad integrarmi. Molti lavoratori sono stranieri e c’è un forte multiculturalismo. Bisogna sicuramente essere aperti, ma soprattutto bisogna essere pronti ad un senso dell’umorismo un po’ diverso dal nostro.
Il primo periodo è stato uno shock percepire la lentezza nel fare le cose e avere i negozi che chiudono presto in settimana e che sono chiusi la domenica. Ma personalmente adesso apprezzo la cura che viene messa nel proprio lavoro e trovo che ci sia più rispetto per il lavoratore in generale.
- Quali opportunità professionali o di crescita hai trovato in Svizzera che non avresti avuto in Italia?
Se si è motivati e proiettati alla crescita personale, qui lo spazio si trova. Quasi tutti i grossi ospedali hanno un’offerta formativa professionalizzante. Ciò significa che se accedi alla formazione post base poi vieni assunto direttamente per quel ruolo. Ci sono tre NDS (Master): anestesia, terapia intensiva e PS. In più in base al ruolo che si ricopre o si vuol andare a ricoprire si può concordare con l’azienda un Bachelor o una Magistrale. In base agli accordi e ai vincoli le aziende possono rimborsare dal 75% al 100% dei costi di formazione che vanno dai 20.000 CHF fino a 50.000 CHF.
- Come è nato il desiderio di partecipare al bando per il team sanitario delle Olimpiadi?
Nel 2016 ho avuto la possibilità di accompagnare una mia amica, nonché atleta paralimpica, alle Olimpiadi di Rio de Janeiro. Lì ho potuto avvicinarmi al mondo olimpico e paralimpico. Ne è conseguita una tesi triennale sul ruolo dell’infermiere nelle federazioni paralimpiche ed è nato il desiderio e l’obiettivo personale di arrivarci non come figura di supporto, ma come infermiera. Le Olimpiadi di Milano-Cortina sono state l’occasione perfetta per raggiungere il mio obiettivo.
- Che ruolo svolgerai durante le Olimpiadi?
Sono stata assegnata al Punto primo intervento del Policlinico di Bormio per gli atleti e la Famiglia Olimpica. Al bando di concorso ho partecipato per il Profilo 2 quindi Infermiere con esperienza in area critica senza competenze sciistiche.
- Guardando indietro, quali sono gli elementi chiave che hanno reso possibile il tuo “cambio di vita”?
La volontà di apportare un miglioramento significativo alla mia vita e la determinazione nel farlo. Nonostante lavorassi in un ambiente quasi familiare, da tempo non ero né serena né felice, non riuscivo più a visualizzare un futuro, una crescita personale o professionale. L’autodeterminazione è stata la spinta
principale. Non avevo una rete familiare solida alle spalle, anzi. Fin dalla laurea Triennale mi sono mantenuta da sola pagandomi gli studi lavorando, anche facendo volantinaggio in strada. Con lo stesso spirito ho studiato tedesco, dopo i turni in ospedale e fino a notte fonda. Le persone che mi hanno guidata all’interno del progetto sono state importanti, come anche il supporto del mio compagno, che mi ha raggiunto appena possibile.
- C’è qualcosa che avresti fatto diversamente nel tuo percorso di trasferimento o nella preparazione per le Olimpiadi?
Studierei ancora di più la lingua perché è la parte più difficile del gioco. Se potessi tornare indietro, cercherei di arrivare ancora più preparata perché la lingua è tutto.
- Che consigli daresti a un’infermiera italiana che sta valutando di trasferirsi all’estero e magari puntare a progetti internazionali come le Olimpiadi?
Gli infermieri italiani sono veramente molto apprezzati per la formazione e perché siamo abituati a lavorare nel caos e con poco. Tutte le porte sono aperte, ma nessuno regala nulla.
Secondo me l’importante è avere la capacità di mettersi in gioco e cercare di superare le fragilità e le difficoltà passeggere per un obiettivo più grande. Un consiglio importante è di informarsi sulle varie possibilità e affidarsi a professionisti validi. Purtroppo, bisogna fare i conti con le lingue straniere e purtroppo o per fortuna quelle devono essere studiate senza scorciatoie.
