La crisi e la carenza di personale infermieristico in Lombardia è, da qualche anno a questa parte, diventata una vera e propria emergenza.
A poco sono valse le campagne per promuovere l’attrattività così come le innumerevoli misure messe in atto per evitare questo fenomeno. I concorsi, pubblicati dalle Aziende, vanno deserti, gli infermieri decidono di scappare dalla sanità pubblica o scappare nella vicina Svizzera con condizioni di lavoro nettamente migliori e, di conseguenza, la Regione si trova costretta a cercare soluzioni alternative.
Tra queste stringere accordi con Stati esteri per tamponare la carenza. E’ stato prima il Sud America, poi l’India e, da qualche giorno a questa parte, si apprende che sono stati chiusi accordi con l’Uzbekistan per l’arrivo di 210 infermieri entro il 2026.
Il presidente del Nursing Up, in un comunicato stampa, ha analizzato la situazione, affermando: “i rincorrono soluzioni-tampone invece di affrontare il problema alla radice: servono condizioni di lavoro dignitose e stipendi competitivi per trattenere i professionisti italiani L’iniziativa, presentata, come prevedibile dall’assessore al Welfare Guido Bertolaso, rientra nell’ennesimo progetto di cooperazione internazionale, con corsi di lingua italiana già previsti a Tashkent e Samarcanda per ulteriori 210 candidati.
Ancora una volta si punta su scorciatoie estemporanee che ignorano la drammatica realtà: in Lombardia mancano oltre 10.000 infermieri, e ogni anno circa 500 professionisti lasciano la regione per lavorare nella vicina Svizzera, vera isola felice per chi sceglie questa professione. Con tutto il rispetto per i colleghi asiatici, la sanità lombarda non può pensare di risolvere la crisi affidandosi a progetti utopistici di reclutamento all’estero.”
De Palma ricorda che fu lo stesso Bertolaso a difendere con forza il suo “Progetto Magellano”, volto al reclutamento di infermieri sudamericani formati in corsi lampo di poche settimane – come quello di appena un mese al Centro Gulliver di Varese. Allora si diceva che i sudamericani fossero culturalmente vicini a noi, e quindi facilmente integrabili. Oggi assistiamo a un cambio di rotta inaspettato: si punta sugli uzbeki. Una linea contraddittoria, che appare come l’ennesimo tentativo di tamponare una situazione ormai fuori controllo.
Pensare di colmare le falle del sistema con progetti spot è una pericolosa illusione. Non servono missioni all’estero in stile moderno Marco Polo, ma politiche concrete di valorizzazione del personale già presente sul territorio. A partire da un punto imprescindibile: l’estensione della libera professione agli infermieri e alle ostetriche.
Se davvero si vuole affrontare l’emergenza bisogna garantire condizioni di lavoro dignitose, stipendi adeguati e prospettive di crescita reale agli infermieri italiani. Solo così potremo fermare l’emorragia di professionisti e ridare ossigeno al nostro sistema sanitario. Le campagne di reclutamento all’estero rischiano di essere solo fumo negli occhi”.
