Pochi infermieri negli ospedali: rischio aumento mortalità del 9,2%

Meno infermieri negli ospedali significa aumento delle complicanze, cure più rischiose e un vero e proprio aumento della mortalità.

E’ questo quanto si apprende da uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista British Journal of Surgery, condotto dall’Università di Southampton.

Nell’analizzare l’articolo, il presidente del Nursing Up ha dichiarato: “Quello che emerge è allarmante: ogni singolo giorno di carenza infermieristica comporta un incremento del 9,2% del rischio di mortalità. Non solo: l’assenza di infermieri è correlata a un +4,8% di casi di trombosi venosa profonda, +5,7% di polmoniti e un drammatico +6,4% di piaghe da decubito. Questo non accade solo nelle chirurgie, ma anche in geriatria, medicina interna, riabilitazione, rianimazione e nei lunghi percorsi post-acuti.

Mentre in Europa il rapporto medio è di 8,4 infermieri ogni 1000 abitanti, l’Italia resta ferma a 6,2, uno dei dati peggiori dell’intero continente. Significa che, per allinearci agli standard minimi europei, ci mancano almeno 175.000 infermieri. Siamo ultimi nel G7 per densità infermieristica e questo non è solo un numero: è una condanna quotidiana per milioni di cittadini fragili, cronici, anziani.

Ogni turno scoperto, ogni paziente di troppo affidato a un solo infermiere, si traduce nel rischio di una flebo dimenticata, un’infezione non trattata nei tempi previsti, una caduta, una emergenza trattata in tempi non adeguati.  La qualità dell’assistenza è direttamente proporzionale alla quantità e qualità del personale. Gli infermieri sono prima di tutto uomini e donne, e il crescente stress psico-fisico derivato da turni massacranti e mancanza di turn-over ritorna come un boomerang sulla qualità delle cure e in particolare dei soggetti più fragili. 

Perché gli infermieri italiani, lo dimostra quanto accade in questa ennesima estate di passione nei nostri pronto soccorso, sono davvero giunti all’acme. Ed un infermiere infelice, stressato, fisicamente logorato, è un infermiere che non potrà offrire il meglio delle proprie competenze. L’equilibrio è sottilissimo, soprattutto nelle cure complesse. Quando salta questo equilibrio, si crea un effetto domino che rischia di travolgere anche i migliori professionisti.

La pandemia ha solo accelerato un collasso già in atto. Secondo i più recenti studi indipendenti sul personale sanitario, confermati dal nostro più recente Survey, quasi un infermiere su due in Italia sta valutando di lasciare la professione, mentre oltre il 70% riferisce un impatto negativo sul proprio equilibrio psicofisico dovuto alle condizioni di lavoro. In questo contesto continuare a ignorare il grave vulnus di questa carenza è irresponsabile e pericoloso. 

Serve un piano straordinario di assunzioni, serve soprattutto investire nelle carriere e nella dignità degli infermieri, occorre, nel caso dei nostri professionisti italiani, equiparare le retribuzioni a quelle europee, dove il gap è ancora enorme. Gli stipendi vanno maggiormente rapportati al mutato costo della vita, è indispensabile rimpolpare i reparti con un coraggioso piano di assunzioni, ma soprattutto è necessario rilanciare la sanità pubblica italiana con un contratto, nel caso dei professionisti ex legge 43/2006, che va rivisto alla radice, partendo dalla sua struttura”.