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Il vaccino che potrebbe curare la celiachia

Non possono mangiare pane, pasta e tutti gli alimenti a base di frumento, oltre che di segale, orzo e avena. I celiaci in Italia sono oltre 170mila. Alla base della loro malattia c’è la predisposizione genetica a sviluppare una forma di intolleranza al glutine, componente proteica del frutto (cariosside) di larga parte dei cereali. Questo è quel che si è scoperto, finora. Perché in realtà ad «accelerare» la comparsa dei sintomi della malattia potrebbero essere anche alcune infezioni virali.
L’ipotesi, azzardata per la prima volta dieci anni fa, trova conferma in uno studio pubblicato sulla rivista «Gastroenterology». Un gruppo di ricercatori – tra cui tre studiosi del dipartimento di scienze mediche traslazionali dell’Università Federico II di Napoli – ha consolidato la supposizione secondo cui alcune infezioni virali che colpiscono l’intestino espongono a un rischio più alto di sviluppare la celiachia. Nel lavoro si fa riferimento a quelle provocate dal norovirus, dal reovirus o dal rotavirus, quest’ultimo responsabile delle più diffuse forme di gastroenterite virale nei bambini fino ai cinque anni e trasmesso (come gli altri due) attraverso l’ingestione di acqua e alimenti contaminati (principalmente frutta e verdura che si consumano crudi) o il contatto (per via orale) con oggetti infetti (la diffusione da persona a persona attraverso la contaminazione delle mani è la più frequente negli ambienti comunitari, in primis negli asili nido).
Gli studiosi, confrontando le analisi sieriche e le biopsie di centocinquanta celiaci con quelle di un gruppo di persone sane usate come «controlli», hanno riscontrato che i pazienti avevano in passato (più o meno recente) sofferto di un’infezione intestinale. La scoperta non è avvenuta sulla base di quanto da loro dichiarato, ma sul riscontro nel siero degli anticorpi diretti contro i patogeni: chiaro segno di una pregressa infezione.
Secondo Reinhard Hinterleitner, ricercatore del dipartimento di gastroenterologia all’Università di Chicago, «l’infezione provocherebbe una maggiore sensibilità delle cellule dendritiche nei confronti dell’antigene», in questo caso il glutine. Attraverso l’attivazione dei linfociti T, ciò comporta un eccesso nella risposta del sistema immunitario, che si scopre non più in grado di «tollerare» tutti quegli alimenti contenenti l’ingrediente in questione. Tutto ciò in persone predisposte geneticamente alla malattia: requisito senza il quale la celiachia non può manifestarsi.
La scoperta potrebbe avere una ricaduta importante. Per prevenire l’infezione da rotavirus esiste infatti un vaccino, introdotto in Europa da sei anni, ma diffuso su larga scala soltanto in Austria, Belgio, Francia, Germania e Regno Unito. Questo (anche) perché l’elevata mortalità provocata dall’infezione – quasi sempre a causa della disidratazione – riguarda soprattutto i Paesi in via di sviluppo.
Il possibile ruolo nell’insorgenza della celiachia potrebbe favorirne la diffusione, anche se la Sicilia è l’unica regione a offrirlo gratuitamente a tutti i bambini, mentre in Puglia viene garantito soltanto a chi vive in comunità. Il vaccino viene somministrato al terzo mese di vita, con un richiamo al quinto.
Basteranno due punture per porre la parola “fine” alla crescita dei tassi della celiachia?
 
Fonte: lastampa

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