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Complicanze della somministrazione endovenosa di farmaci

L’infusione per via endovenosa è una pratica potenzialmente pericolosa. E’ importante che l’infermiere, in quanto responsabile dell’inserimento, della rimozione e dell’approvvigionamento dei dispositivi endovenosi sia ben formato sia sulle tecniche di gestione dei dispositivi sia sulla gestione delle principali complicanze come la flebite, la tromboflebite, l’infiltrazione, lo stravaso, l’occlusione e lo spasmo venoso.
La terapia infusionale è ormai parte integrante della pratica professionale per la maggior parte degli infermieri. Qualunque sia l’accesso, periferico o centrale, la terapia infusionale è associata a un rischio relativamente elevato di complicanze. Per ridurre questo rischio è essenziale non soltanto lo sviluppo delle raccomandazioni standard, ma occorre anche realizzare una guida pratica per la loro applicazione. La gestione infermieristica non è soltanto limitata alla cura del paziente e del sito endovenoso. L’infermiere è anche responsabile dell’inserimento, della rimozione e dell’approvvigionamento dei dispositivi endovenosi utilizzati nella terapia infusionale.
Un principio attivo a seconda dell’azione tossica che può provocare sulle vene si definisce:

  • irritante quando, in caso di stravaso, produce dolore, calore e infiammazione nel sito di infusione o lungo la vena nella quale viene somministrato, ma non provoca distruzione tessutale;
  • vescicante quando, in caso di stravaso, produce dolore grave o prolungato, irritazione intravascolare, ulcerazione, danno cellulare;
  • necrotizzante, quando il danno cellulare avanza fino alla necrosi del tessuto.

Si parla anche di flare reaction, intendendo una reazione locale che si manifesta con la comparsa di una striatura rossa in rilievo nella sede di infusione o lungo la vena, spesso associata a sensazione di prurito e bruciore. Su alcuni farmaci, in particolare i chemioterapici, sono stati condotti numerosi studi per valutare la differente tossicità locale a livello venoso rispetto alle diverse modalità di somministrazione.
Per esempio è stato condotto uno studio prospettico randomizzato con l’obiettivo di determinare se l’iniezione in una vena periferica di un bolo di vinorelbina, della durata di un minuto, potesse ridurre l’incidenza di tossicità venosa rispetto all’infusione goccia a goccia del farmaco, della durata di 6 minuti. Non c’era differenza statisticamente significativa tra le due modalità di somministrazione (p=0,47) e dunque la somministrazione in bolo sembra non ridurre significativamente l’incidenza di tossicità locale venosa, ma occorrerebbero ulteriori studi.
Tra le complicanze più frequenti che si possono verificare, singolarmente o in associazione tra loro, in corso di terapia infusionale vi sono la flebite chimica, la tromboflebite, l’infiltrazione, lo stravaso, l’occlusione, lo spasmo venoso e l’infezione. Altre complicanze possibili sono la flebite meccanica e infettiva, l’infezione sistemica correlata a catetere venoso e il sovraccarico circolatorio. Inoltre tali complicanze possono manifestarsi singolarmente o in combinazione tra loro.
Da una recente revisione di letteratura emerge che l’incidenza di flebite associata alla presenza di un catetere in una vena periferica è diminuita dal 40% dei pazienti ricoverati del 1998 al 2% del 2003. I fattori che hanno portato a questo decremento sembrano essere principalmente correlati alla migliore formazione del personale sanitario sulla gestione dei cateteri venosi e a una maggiore consapevolezza e adesione alle linee guida.
 
 
 
Fonte: EBN e Zinga “Quesiti Clinico-Assistenziali”
 

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