Federica: “ecco perché ho scelto l’Irlanda”

1 settimana ago

Abbiamo fatto una lunga chiacchierata con Federica, una collega che da qualche anno si è trasferita e lavora in Irlanda.

Mi sono laureata nel 2020 e ho subito iniziato a lavorare in reparto Covid-medicina generale. Nel 2023 ho deciso di abbandonare il lavoro che tanto avevo desiderato, l’ospedale nel quale mi ero formata e avevo amato, perché non riuscivo più a esistere sotto quella pressione, mancanza di sicurezza, inesistente riconoscimento…

Non sopportavo più la cultura medicocentrica e l’assenza di uno spazio per la crescita della nostra professione. Ho deciso di rischiare, mollare il famigerato posto fisso che mi stava distruggendo, e mi sono impegnata a preparare il mio trasferimento in Irlanda.

Ho scelto l’Irlanda perché politicamente l’UK iniziava a spaventarmi e non sentivo un andamento positivo da parte di conoscenti, inoltre cercavo un paese anglofono e in generale il paese mi ha sempre incuriosita. Quindi ho iniziato a informarmi sulla burocrazia, ho seguito l’iter per la registrazione al NMBI, che ha richiesto pressapoco un anno. Questo principalmente perché in Italia la figura del traduttore non può certificare/autenticare i documenti tradotti, dunque serve un doppio passaggio da parte di un notaio/tribunale per apporre le certificazioni e i timbri.

Come si può ben immaginare in termini di tempi della burocrazia italiana, il tutto ha richiesto molto tempo. Poi, spesso i documenti italiani non combaciano perfettamente con quelli adottati dal paese estero di riferimento, e così il tempo passa e lo stress aumenta. Ma nulla che non sia risolvibile, infatti in un anno sono riuscita a portare a termine la registrazione.

Nel frattempo mi sono impegnata per la certificazione di lingua, ho scelto di fare l’IELTS perché ero un po’ arrugginita con l’inglese e volevo una preparazione accademica, in modo da sentirmi più sicura successivamente nella parte di documentazione (esempio: cartella infermieristica). Si può anche scegliere di fare l’OET, assolutamente.

Il livello di lingua richiesto è C1, molto impegnativo ma direi che è necessario per poter lavorare in sicurezza nel nostro ambito.

Una volta conclusa la registrazione, ho ottenuto il famigerato PIN e mi sono candidata a diverse posizioni aperte online. Il giorno dopo avevo già un colloquio fissato, e in tre giorni la conferma della posizione. Mi hanno riconosciuto gli anni di esperienza lavorativa, mi hanno affiancata per sei settimane e… Che dire? Dopo 6 mesi mi hanno stimolata a fare un corso in management, poi in ACLS, lo scorso agosto ho avuto la posizione da Cnm1… E il mio sogno è riuscire a decidermi in quale specialità orientarmi, per poi diventare Cns.

Quello che penso è che in Italia siamo formati in modo eccellente, abbiamo sin da neolaureati un’esperienza enorme, e poi ci troviamo a lavorare in contesti che funzionano a colpi di “si è sempre fatto così”. La cultura lavorativa italiana in generale avrebbe tanto da imparare dai contesti esteri, soprattutto in termini di rispetto delle competenze e delle professioni tutte, della persona che dovrebbe essere posta al centro della cura, e di un team che dovrebbe essere multidisciplinare anche nella realtà, non solo sulla carta.

Ci manca una voce politica, ci manca lo spazio per farci sentire e crescere. Spero tanto nel futuro, forse prima o poi tornerò. Vorrei lavorare sul territorio se tornerò in Italia. Per ora sto bene qui, con mio marito e mia figlia”.