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Il benessere professionale dell’infermiere in epoca pandemica

Offrire cure sanitarie sicure, di alta qualità e di valore elevato, incentrate sul paziente, richiede una forza lavoro clinica altamente efficiente. Tuttavia, i dirigenti del settore sanitario stanno sempre più prendendo consapevolezza del fatto che lo stress lavorativo sta compromettendo il benessere dei clinici, elemento essenziale per stabilire un’alleanza terapeutica efficace con i pazienti e le loro famiglie (National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine; National Academy of Medicine; Committee on Systems Approaches to Improve Patient Care by Supporting Clinician Well-Being, 2019).

Nel 2008, i governi, per affrontare la crisi finanziaria globale, hanno ridotto la spesa sanitaria (Stuckler et al., 2017) e ciò ha determinato un razionamento delle risorse sanitarie con conseguente aumento del workload, lo sviluppo di un ambiente di lavoro non favorevole e, come diretta conseguenza, risultati negativi per i pazienti (quali tassi di mortalità e riammissione più elevati, complicazioni e degenza ospedaliera più lunga) e la loro insoddisfazione riguardo all’assistenza ricevuta (Sasso et al., 2017; Aiken et al., 2014; Lasater et al., 2021). Il benessere dei professionisti sanitari impatta sulla qualità e sicurezza delle cure che vengono erogate ai pazienti ed è strettamente correlato alla soddisfazione lavorativa degli operatori stessi, all’intenzione di abbandonare il lavoro, al burnout, ai livelli di staffing ed alla qualità dell’ambiente di lavoro. Sono diversi, infatti, gli studi che dimostrano come un alto livello di benessere degli operatori sia associato a una maggiore soddisfazione lavorativa, a un minore
rischio di burnout, a una riduzione dell’assenteismo, a una miglior qualità delle cure fornite e, di conseguenza, ad una maggiore sicurezza del paziente (Halter et al., 2017; Havaei, MacPhee & Dahinten, 2019).

Il burnout, l’insoddisfazione lavorativa e l’intenzione di cambiare sede lavorativa, o addirittura lasciare la professione, tra il personale sanitario sono, nel corso del tempo, progressivamente aumentanti andando a intaccare il benessere professionale degli operatori (Sasso et al., 2017; Aiken et al. 2008; Aiken et al., 2017; Lasater et al., 2020) e minacciando la qualità dell’assistenza (Aiken et al., 2008; Aiken et al., 2017; Lasater et al., 2020). La soddisfazione lavorativa del professionista sanitario è cruciale per la qualità delle cure, sicurezza e produttività, la fidelizzazione dei pazienti e la riduzione degli errori medici (Shanafelt et al., 2015; Shanafelt et al., 2016) e correla negativamente con l’assenteismo, il turnover e la sindrome da burnout (Shanafelt et al., 2015).

Già vent’anni fa, l’Institute of Medicine (IOM) sollecitò l’attenzione sul problema della sicurezza del paziente e sulla qualità generale delle cure sanitarie, ma ancora oggi, il National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine, indica come il burnout nelle sue tre dimensioni (esaurimento emotivo, depersonalizzazione, perdita di efficacia
professionale), rappresenti una minaccia per la qualità dell’assistenza sanitaria (National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine; National Academy of Medicine; Committee on Systems Approaches to Improve
Patient Care by Supporting Clinician WellBeing, 2019).

E’ importante sottolineare però che il burnout, l’insoddisfazione lavorativa e il desiderio di cambiare posto di lavoro molto spesso rappresentano le conseguenze di una carenza nei livelli di staffing (cioè il numero di pazienti per infermiere) e di un ambiente di lavorativo negativo (Aiken et al, 2008; Aiken et al., 2017; Lasater et al., 2020). Il personale infermieristico varia tra gli ospedali di ogni paese (Aiken et al., 2017). Kane et al. (2007) hanno dimostrato che un aumento del personale infermieristico riduce la mortalità nelle unità mediche, chirurgiche e di terapia intensiva. Ulteriori studi confermano che più ore di assistenza infermieristica sono correlate a risultati migliori (Twigg et al., 2019).

Tuttavia, un nurse-to-patient ratio più alto è associato a livelli più elevati di burnout e insoddisfazione tra gli infermieri (Shin et al., 2018). In Europa, il personale infermieristico varia da 3.4 a 17.9 pazienti per infermiere. Aiken et al. indicano che ogni paziente aggiuntivo per infermiere è associato a un aumento del 7% della mortalità a 30 giorni in ospedale (Aiken et al., 2014). Nel 2016, il Queensland ha introdotto rapporti minimi infermiere-paziente con benefici evidenti: riduzioni della mortalità, delle riammissioni e della durata del ricovero. I costi risparmiati superano il doppio del costo aggiuntivo per il personale infermieristico (McHugh et al., 2021).

Lo studio italiano RN4CAST@IT del 2015 ha rilevato che negli ospedali italiani l’organico medio era di 9.5 pazienti per infermiere, determinando un rischio maggiore di mortalità del 21% rispetto ai contesti ospedalieri in cui ogni singolo infermiere assiste 6 pazienti. Il 36% degli infermieri desiderava cambiare ospedale a causa dell’insoddisfazione sul lavoro (Sasso et al., 2019).

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