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La realtà dell'U.O. di rianimazione attraverso gli occhi di una futura collega

“Sai, quando lavori/fai tirocinio in ospedale, specialmente in reparti come la rianimazione, nel 95% dei momenti sei concentrato su quello che fai: procedure, parametri, prelievi, misura la pvc però prima prova la glicemia, controlla la diuresi, fai il bilancio, curagli il CVC poi medica la ferita, fai l’EGA ‘no aspetta quando aveva di Fi02??. Aggiungici poi che sei in un altro stato dove non si parla la tua lingua e che quindi devi pure pensare ‘aspetta come si chiama quello?’ e ‘come faccio a dirgli questo!
Sei concentrato, devi essere concentrato. Però a volte no,a volte ti butti senza freni in quell’altro 5%: ti siedi al bancone di fronte a tutti i letti e cominci a pensare, a osservare. Vedi il nonno 80enne che è caduto uscendo di casa e ora è in coma con un’emorragia cerebrale, e vedi le figlie che piangono e che ti dicono che stava andando al compleanno del nipotino. Poi c’è il 18 enne a cui hanno resecato un tumore cardiaco che ha una leucemia, è pelato.. e ha 3 anni in meno di te. Il 26enne del letto 11 che ha fatto un incidente in macchina, il ‘politrauma’, in coma ormai da un mese. E i genitori che non perdono nemmeno un secondo della mezzoretta di visita che gli è permessa, la mamma che lo accarezza e il padre che gli racconta del goal incredibile che ha fatto il suo calciatore preferito la sera prima..lui immobile.
E ancora il 50enne con un trapianto bipolmonare che dopo settimane comincia a rispondere agli stimoli, stringe la mano alla moglie per la prima volta e lei con i lacrimoni di gioia. Si scusa per quella che chiama ‘debolezza’, dice che gli manca troppo. A volte tutto questo è troppo, a volte ti fermi a pensare 10 minuti e l’amarezza ti fa a pezzi. Poi pensi che sei lì seduta su quella sedia con la tua divisa violetta e che sei lì per qualcosa, per qualcosa che riconosci essere più grande di te ma che senti essere la tua strada. Questa sofferenza che non si può evitare e che qui quasi puoi toccare con mani ti fa crescere e ti fa guardare tutto il resto con altri occhi.
E ti senti privilegiata.. perché anche se sei una studentessa erasmus al terzo anno di carriera in un ospedale universitario enorme in cui in pratica conti meno di zero, puoi fare la differenza..ogni giorno. Anche stando zitta e passando semplicemente un fazzoletto di carta nelle mani di chi, in quel momento, ha il mondo che gli è crollato addosso”.
 
Ringraziamo per questo pensiero Alessandra Ongaro la quale ha voluto condividerlo con noi in primis e, in seguito, con tutti voi!

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