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Come si previene la flebite?

Per la prevenzione occorre considerare che la presenza di un catetere venoso periferico si associa spesso a flebite. E’ bene quindi preferire un accesso centrale qualora si debbano somministrare soluzioni nutrizionali con concentrazioni di destrosio oltre il 10%. Inoltre prima di somministrare un farmaco occorre conoscere l’osmolarità della soluzione, valutare con accortezza la diluizione e la velocità di somministrazione. In fase di somministrazione occorre controllare di frequente il sito di infusione.
I cateteri venosi periferici sono raramente associati a infezioni, spesso invece possono causare flebite: condizione che è soprattutto un fenomeno fisico-chimico o meccanico piuttosto che infettivo. Diversi fattori, come detto, possono influenzare il rischio di flebite: il tipo di materiale del catetere; le dimensioni del catetere; il tipo di sostanze infuse; il rischio proprio di quel paziente. Quando si verifica una flebite, il rischio di sviluppare a livello locale un’infezione correlata può aumentare. E’ importante quindi conoscere i fattori che predispongono alla flebite e le misure atte a prevenirla. A tal fine è necessario:

  • conoscere quali sono le sostanze che verranno somministrate, gli effetti collaterali, il pH, l’osmolarità e gli effetti terapeutici;
  • valutare i dispositivi endovenosi (tipologia, dimensioni, caratteristiche strutturali) e la loro integrità;
  • valutare le sostanze infuse (limpidezza, presenza di particolato o decolorazione);
  • scegliere un accesso endovenoso adeguato e determinare se la vena è appropriata alle infusioni prescritte: i grandi vasi sanguigni consentono l’emodiluizione in quanto la quantità di sangue che si muove nel vaso è sufficiente a diluire le soluzioni e i farmaci a livelli tollerabili; i vasi sanguigni di piccolo calibro non hanno un volume di sangue tale da garantire un’emodiluizione significativa;
  • diluire i farmaci in modo corretto: l’utilizzo di più diluente non sempre migliora il pH e/o l’osmolarità del prodotto finale, considerando che le soluzioni utilizzate per la diluizione possono essere a loro volta acide o iper/ipotoniche; l’uso di acqua sterile come diluente per alcuni farmaci può rendere il prodotto finale meno ipertonico;
  • rallentare la velocità dell’infusione può aiutare, ma di poco;
  • osservare il sito di infusione endovenosa frequentemente;
  • cambiare il catetere venoso periferico e il sito di infusione regolarmente ogni 72-96 ore può ridurre l’incidenza di flebite chimica.

Per evitare la flebite chimica, è richiesto un accesso venoso centrale per le soluzioni parenterali, cioè quelle soluzioni nutrizionali con concentrazioni di destrosio oltre il 10%. Molte soluzioni parenterali sono estremamente ipertoniche, fino a 6 volte più concentrate rispetto al sangue, e richiedono un alto flusso ematico che può essere garantito soltanto da una vena centrale (per esempio la vena cava superiore) in modo da diluire la soluzione e prevenire la flebite e la formazione del coagulo. Il sito di inserimento del catetere influisce sul rischio di infezioni e di flebiti.
Diversi studi indicano che negli adulti il rischio di flebite è maggiore a livello delle vene del polso, dell’avambraccio e della fossa antecubitale rispetto a quelle della mano. Anche le linee guida dei CDC raccomandano che il dispositivo venoso periferico venga inserito preferibilmente negli arti superiori indicando un rischio inferiore a livello della mano. Tuttavia, in uno studio del 2004 sulla percezione dei fattori di rischio di flebite da infusione tra gli infermieri svedesi è emerso che solo il 33% degli infermieri ritiene che l’inserimento dell’accesso in una vena della mano diminuisca il rischio di flebite, mentre il 55% pensa che aumenti il rischio.
Per contro il 59% degli infermieri in questo studio ritiene che l’inserimento nell’avambraccio sia protettivo. Generalmente, la cannula con il calibro più piccolo disponibile dovrebbe essere selezionata per la terapia prescritta al fine di ridurre al minimo l’irritazione da contatto e prevenire i danni all’intima vasale e promuovere una migliore emodiluizione. Se la cannula è grande per la vena, il flusso di sangue è ostacolato e farmaci irritanti possono permanere in contatto prolungato con l’intima della vena, facilitando l’insorgenza di una tromboflebite meccanica. Dovrebbero essere selezionate vene con un abbondante flusso ematico per l’infusione di soluzioni ipertoniche o soluzioni contenenti farmaci ad azione irritante.
I farmaci implicati comprendono antibiotici quali: amfotericina; cefalosporine, eritromicina; metronidazolo, tetracicline, vancomicina; agenti citotossici; elettroliti come sali di calcio e cloruro di potassio, soluzioni farmacologiche acide e soluzioni farmacologiche ipertoniche, per esempio mezzi di contrasto ionici, soluzioni contenenti glucosio >5%. Per ridurre il rischio di complicanze occorre rimuovere il catetere venoso periferico appena possibile tenendo in considerazione che il rischio di complicanze aumenta con il trascorrere del tempo. Il Royal College of Nurses e la Health Protection Scotland raccomandano di controllare il sito di inserimento almeno una volta al giorno e anche con una maggiore frequenza durante la somministrazione dei farmaci. Per favorire il controllo è bene utilizzare una medicazione trasparente.
 
 
 
Fonte: EBN e Zinga “Quesiti Clinico-Assistenziali”

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