Nonostante la carenza molti Infermieri italiani sono costretti ad emigrare per lavorare

21 Settembre 2018 0 Di V2793

Fabbisogno di personale per fare fronte alle carenze e offrire la migliore assistenza, specializzazioni infermieristiche, rispetto degli impegni economici, ma non solo, per valorizzare la professione. Sono i temi dell’incontro tra il ministro della Salute, Giulia Grillo, e la delegazione della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi), guidata dalla presidente, Barbara Mangiacavalli, e dalla vicepresidente, Ausilia Pulimeno.

“Lavoriamo a provvedimenti concreti, stiamo pensando di creare un gruppo tecnico stabile tra ministero, Fnopi e rappresentanze dei cittadini – afferma il ministro -. E ho ben presente che il Contratto nazionale sottoscritto a febbraio deve trovare una copertura finanziaria nella redazione della legge di Bilancio. Faremo il possibile”. Sui temi sollevati, ecco l’intervista alla rappresentante Fnopi pubblicata su QN.

«NUMERO chiuso, blocco del turnover. Siamo fuori dagli standard europei». Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche lancia l’allarme.

Presidente, quante assunzioni rivendicate e perché?
«In Italia mancano 53mila infermieri, secondo standard fissati a livello Oms. Spesso da noi il rapporto infermiere-medico è 1:1. Dovrebbe essere 3 a 1».

Questo gap cosa comporta?
«C’è il rischio di un calo nella qualità dei servizi. Gli studi su riviste internazionali (Jama e British Medical Journal) parlano chiaro: a un incremento del 10% di infermieri corrisponde un calo di mortalità del 7 per cento in reparto».

Invece che succede?
«Nelle Regioni posizionate meglio c’è un infermiere ogni 8 pazienti per turno, in quelle tartassate il carico è doppio (17-18); il rapporto ottimale sarebbe 1:6».

I numeri forse non dicono tutto, quali conseguenze comportano le carenze lamentate?
«L’infermiere spesso è vittima di aggressioni in pronto soccorso, in psichiatria o in visita domiciliare. Con tanti casi da seguire aumenta il rischio che non si accorga delle complicanze cui il paziente va incontro, e si espone alle conseguenze della legge sulla responsabilità professionale. L’incremento della vita media, e le malattie croniche come diabete, Parkinson e Alzheimer, fanno lievitare i bisogni».

Lei sta per incontrare Giulia Grillo, ministro della Salute. Solo oggi vi accorgete di una situazione al limite?
«Le carenze sono note e le denunciamo da tempo, passano gli anni e la situazione peggiora. Occorre adeguare la legge finanziaria».

Finora cosa si è fatto?
«Si ricorre agli straordinari, alle cooperative, al lavoro interinale. Un meccanismo stressante sottopagato. Intanto aumentano le cronicità, disabilità e fragilità. Gli anziani da seguire sono più numerosi. I nuovi modelli di cura, territorio e prossimità, richiedono una presenza in forze una volta dimessi dall’ospedale per acuti».

Dal governo in passato cosa avevate ottenuto?
«Con il ministro Beatrice Lorenzin si sono aggiunti 300 posti nei percorsi di formazione infermieristica, ora le ammissioni sono salite a 14.700, sono circa 12mila quelli che concludono il ciclo di studi. Abbiamo ottenuto la stabilizzazione del personale precario, ma il sistema sanitario a numero chiuso ha vincoli sui tetti di spesa fermi al 2004, non assume i neolaureati che prepara, un paradosso».

E questi giovani laureati vanno a spasso?
«Molti promettenti infermieri sono individuati e reclutati da altri enti, spesso finiscono all’estero, in Irlanda, Norvegia, Regno Unito. Mentre in Italia si cancellano reparti e posti letto, riducendo la presa in carico, l’Europa fa campagna acquisti da noi».

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