Il 10 settembre è stata la Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio, promossa dal 2003 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dall’International Association for Suicide Prevention. Nel 2026 si conclude il triennio dedicato al tema “Cambiare la narrazione del suicidio”, con un invito preciso: “Inizia la conversazione!”. Parlare di suicidio significa contrastare stigma e falsi miti e creare contesti nei quali le persone possano esprimere il proprio disagio e chiedere aiuto.
I numeri del fenomeno
Ogni anno nel mondo si verificano oltre 700.000 suicidi e, secondo i dati OMS riferiti al 2021, il suicidio rappresenta la terza causa di morte tra i giovani di 15-29 anni. I dati Eurostat mostrano che nel 2023, nell’Unione Europea, quasi un decesso su cinque in questa fascia d’età è stato classificato come autolesionismo intenzionale — seconda causa di morte dopo gli incidenti, e più frequente tra i ragazzi. Nella popolazione totale, l’autolesionismo ha rappresentato circa un decesso su cento.
Un fenomeno complesso e multifattoriale
Il rischio suicidario è un fenomeno complesso: disturbi mentali e dipendenze possono associarsi a condizioni di vulnerabilità sociale, discriminazione, violenza, marginalità ed eventi traumatici. Nei giovani, la letteratura richiama l’attenzione sull’associazione tra uso problematico dello smartphone, ideazione suicidaria e tentativi di suicidio, mentre l’esposizione alla violenza durante l’infanzia può avere conseguenze profonde e durature sulla salute, rendendo necessari interventi preventivi precoci e integrati.
La prevenzione passa anche dalla competenza infermieristica
Le professioni infermieristiche possono occupare una posizione privilegiata nell’intercettare precocemente situazioni di vulnerabilità. In ospedale, nei servizi territoriali, a scuola e negli altri contesti di vita, la competenza infermieristica non consiste soltanto nel riconoscere un singolo “segnale di allarme”, ma nel leggere insieme comportamenti, cambiamenti, fattori di rischio e risorse della persona e della famiglia, instaurare una comunicazione diretta e non giudicante, valutare il livello di rischio e attivare tempestivamente la rete di cura.
La letteratura individua tra le principali responsabilità infermieristiche nella prevenzione del suicidio: l’individuazione precoce e la valutazione del rischio, la costruzione di relazioni significative, la comunicazione, l’educazione e l’advocacy, la gestione del rischio e la collaborazione interdisciplinare.
L’attenzione in ambito pediatrico
In ambito pediatrico questa competenza assume una particolare rilevanza. Bambini e adolescenti possono esprimere il proprio disagio attraverso modificazioni del comportamento, isolamento, perdita di interesse, peggioramento del rendimento scolastico o verbalizzazioni di disperazione. Riconoscere questi elementi significa non minimizzarli, esplorarli attraverso l’ascolto e la relazione e inserirli nel contesto evolutivo, familiare e sociale del giovane, coinvolgendo la famiglia e gli altri professionisti quando necessario.
Lo sguardo dell’infermieristica in pediatria comprende inoltre il bambino all’interno della sua rete di relazioni: nei percorsi materno-infantili e nel periodo perinatale, la relazione assistenziale con la famiglia può offrire occasioni preziose per cogliere segnali di sofferenza o vulnerabilità anche nella madre e nei caregiver, favorendo l’accesso tempestivo ai professionisti e ai servizi competenti. Prendersi cura del bambino significa anche saper osservare il contesto di cura che lo circonda.
La prevenzione riguarda anche gli studenti
Il tema riguarda infine gli stessi professionisti in formazione: gli studenti di infermieristica e ostetricia appartengono alle fasce di età maggiormente interessate dal fenomeno. Una revisione sistematica indica tra gli interventi maggiormente apprezzati l’integrazione di iniziative di wellbeing nei percorsi formativi e il supporto tra pari.
Una competenza, non solo uno slogan
“Iniziare la conversazione”, per l’infermiere, non è quindi soltanto uno slogan: è una competenza professionale. Significa riconoscere ciò che cambia, porre domande anche difficili, ascoltare senza giudizio, valutare il rischio e sapere quando e come attivare la rete di cura.
Contributo a cura della Commissione d’Albo Nazionale Infermieri Pediatrici
