L’Italia è, insieme alla Grecia, uno dei paesi dell’Unione Europea a non aver recuperato mai i livelli pre-crisi del 2008 con un reddito familiare pro capite che in Italia si è abbassato del 4,4% mentre nel resto dell’Europa è cresciuto di oltre il 20%.
Ciò va a riflettersi direttamente sul potere d’acquisto delle famiglie italiane e, indirettamente, anche sulla categoria infermieristica per cui la retribuzione media annua di un infermiere è pari a circa 32.600 euro, contro una media UE di 39.800 euro. In Germania si superano i 49.000 euro, nei Paesi Bassi i 47.000, in Belgio i 72.000, in Lussemburgo i 79.000.
In termini concreti, un infermiere italiano percepisce tra i 1.450 e i 1.750 euro netti al mese.
Il Nursing Up, in un comunicato stampa, ha analizzato proprio questi dati con il presidente Antonio De Palma che ha affermato: “Parliamo di professionisti che garantiscono continuità assistenziale, emergenza e responsabilità clinica e che oggi faticano ad arrivare a fine mese, lo ripetiamo da anni, ma non smetteremo di farlo. Questo significa comprimere la colonna portante del Servizio sanitario nazionale.
Negli ultimi 35 anni, tra blocchi contrattuali (2010-2019), inflazione e mancata indicizzazione, il potere d’acquisto degli infermieri italiani si è progressivamente ridotto. La perdita stimata arriva fino a 10.000 euro annui per un neoassunto e fino a 16.000 euro per un professionista con 40 anni di servizio (Fonti: elaborazioni Nursing Up su dati incrociati OCSE, CREA Sanità, Corte dei Conti).
Tra il 2019 e il 2022 l’aumento reale in Italia è stato appena dell’1% (Fonte: OCSE), mentre in Polonia gli incrementi nel comparto sanitario hanno sfiorato il 30% e in Ungheria nel 2024 sono stati annunciati ulteriori aumenti nominali del 20%.
Sulla base del recente Survey Nursing Up, il 71% dei professionisti sanitari intervistati ha dichiarato di essere costretto a fare ricorso a svariate tipologie di prestito, anche di tipo familiare, a causa di uno stipendio inadeguato per arrivare a fine mese, non potendo trovare altre forme di entrate con l’attività professionale privata
Anche sul piano territoriale emergono differenze significative nel trattamento economico medio complessivo degli infermieri del SSN, pur in presenza di uno stipendio tabellare identico su tutto il territorio nazionale previsto dal CCNL Comparto Sanità.
Secondo il Rapporto semestrale ARAN n. 1/2025, basato sui dati del Conto Annuale della Ragioneria Generale dello Stato, il Trentino-Alto Adige registra una media di 37.204 euro lordi annui, mentre il Molise si attesta intorno ai 26.186 euro.
Il divario non dipende dalla paga base, che per contratto è la stessa, ma dalle componenti accessorie e integrative: fondi aziendali per produttività e disagio, indennità per aree critiche e turnazioni notturne o festive, prestazioni aggiuntive per copertura carenze di organico e velocità delle progressioni economiche legate alla contrattazione integrativa locale.
Queste differenze incidono direttamente sulla mobilità del personale infermieristico, orientando i flussi verso le Regioni con maggiore capacità di spesa o verso l’estero, dove le retribuzioni medie superano spesso i 40.000-50.000 euro annui, aggravando le criticità nelle aree meno remunerative.
Secondo le analisi comparative, per riallineare le retribuzioni al costo reale della vita è necessaria una rivalutazione strutturale compresa tra il 30% e il 35%. Non servono interventi simbolici o bonus temporanei ma una scelta politica stabile. Perché se si continua a comprimere la colonna portante del Servizio sanitario nazionale, il rischio non è solo sindacale. È sistemico”.
