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"Sopravvissuta alla tratta, riparto da qui è farò l'Infermiera"

C’è chi scappa per necessità, c’è chi scappa per scelta. «Per vivere la vita a modo mio». E la rischia, quella vita. La mette in mano a una «tanty», una «signora» che promette la libertà e il lavoro, l’indipendenza. La speranza è donna, musulmana «come me», ricorda Fanta. «Ho delle figlie non ti farei mai del male». Si fida. E invece la tanti ti vende un attimo dopo che ti ha comprato il biglietto per quel bus che ti porterà lontano da un matrimonio combinato. La gabbia dove non hai lasciato che ti rinchiudessero.
Eppure prima di passare i test di infermieristica a Tor Vergata ha visto la morte in faccia, ha perso tutto, ma non la dignità. Quella che nessuno può toglierti e che oggi illumina quella sagoma slanciata, elegante, fiera. La vita le ha dato una seconda possibilità.
Quando è partita dalla Costa d’Avorio e in tre giorni di pullman ha raggiunto il Niger credeva di avercela fatta, ma appena i pk hanno caricato lei e le altre per la traversata del deserto, ha capito che forse il sogno stava per diventare un incubo. A ogni morso dell’arsura e della sete, quando ha visto cadaveri di giovani come lei finire seppelliti in buche di fortuna nella sabbia, abbandonati lungo la strada dopo una morte di stenti, ha pensato «questo è l’inferno». Si sbagliava. Il peggio doveva ancora venire.
Il peggio è arrivato alle porte della Libia. Quando l’hanno nascosta con altre in case diroccate sulle montagne in attesa che gli uomini, un gruppo di libici, autorizzassero i Caronte di schiavi a entrare a Tripoli. In quei giorni di prigionia, di attesa angosciante, di paura, ne ha viste di cose, Fanta. Ma spalanca gli occhi, abbozza un sorriso. Non vuole la pietà di nessuno. «Ti hanno violentata?». Le labbra si increspano, abbassa gli occhi. «Era tutto normale». Non sembra sconvolta, forse non lo è più. Forse cerca ogni giorno di dimenticare. Ma l’orrore che ha subito passa addirittura in secondo piano se ripensa all’orrore cui ha dovuto assistere. Un ragazzo costretto a violentare una sua coetanea sotto gli occhi di tutto il gruppo di sequestrati, sotto la minaccia delle armi. Uomini che umiliano altri uomini, donne che annientano altre donne. Strategie di terrore esemplari per evitare disordini, fughe, problemi. Il doppio stupro punitivo è solo uno dei metodi dell’esercito dei signori della tratta. «Più delle violenze su di me, mi ha ferito quell’episodio».
La voce è bassa, se la alzi, la voce, senti ciò che stai dicendo e torna tutto reale, ancora una volta, ancora e ancora. La prigionia in montagna dura diversi giorni. Poi arriva il nulla osta: Tripoli. E qui scopre che sì, quel ristorante che la tanti le aveva descritto come la terra promessa c’è, ma è una bettola, di certo non può dare lavoro a tutte. E oltre al lavoro in sala, «mi misero nel giro» della prostituzione? «Sì». Occhi bassi. E no, non conveniva fare resistenza con i clienti. Ce n’erano altre di ragazze. Una di loro aveva un piano prima ancor prima che Fanta arrivasse. Aveva riscattato se stessa, nella misura di 70mila euro, tre anni di schiavitù, e voleva vendicarsi con la tanti. «Ti porto via io, ho i soldi e contatti». «Così la tati perde il denaro che vuole guadagnare su di te».
La libertà le si spalanca davanti per caso, Fanta diventa oggetto della vendetta di un’altra donna venduta, umiliata, ma non annullata. Fanta si fida. Ancora una volta mette la sua vita nella mani di un’altra donna. Notte fonda. La corsa, il cuore in gola. A ogni passo la paura di essere scoperta. Picchiata, stuprata ancora, uccisa. Ma passo dopo passo il ristorante-prigione è sempre più lontano e non ci sono inseguitori. Il molo. Gli scafisti sono libici. Svelti e silenziosi come gatti. Caricano sul gommone donne, uomini, bambini, vecchi, ragazze incinte. «Penso fossimo in quaranta». Inizia la traversata. Il cielo diventa un buco enorme. Il mare è nero. «Con quel gommone non saremmo andati lontano».
Le luci fendono l’oscurità: arriva una nave ed è grande. Aggancia il gommone e carica tutti a bordo. «Ricordo solo che il personale parlava spagnolo, null’altro». Disidratata, Fanta perde i sensi. La nave punta la terra ferma. L’Italia. Ma Fanta questo non lo sa e non scenderà coi suoi piedi dalla nave, è ormai incosciente da ore. Sbarca in barella. La croce rossa se ne fa carico. La curano, la incoraggiano, di tutto ciò ha un vago e dolce ricordo, sa solo «mi hanno salvata». Sorride. Della sua salvatrice, la ragazza che l’ha portata con se in quel folle piano di fuga, nessuna traccia. Non la incontrerà mai più. Intano passano i giorni a Salerno, Fanta guarisce. La trasferiscono allo Sprar di Capua. Qui studia l’italiano, lavora. Si dà da fare senza tregua. Ha un obiettivo. Oggi, a due anni di distanza, parla italiano senza sbagliare un solo verbo. Lavora nella mediazione culturale. E il 5 novembre, a Pineta Grande, ha iniziato l’università per diventare infermiera.
Sorride con gli occhi, con la bocca, con gli zigomi d’ebano che sembrano promontori d’Africa. «Posso decidere cosa fare della mia vita». Era il 15 giugno del 2016 quando lasciò la Costa d’Avorio, la madre, le sorellastre. Il 1 settembre successivo la sua vita è ricominciata. Un miracolo. «A Castel Volturno mi sento al sicuro. Non ho paura». Un altro miracolo. Mentre parliamo, centinaia di ragazze in Africa sognano a occhi aperti una vita migliore, lontane dalla miseria, dalla fame, dalla guerra, da una società patriarcale che ti usa come merce di scambio. Convinte che c’è un ristorante, o un salone di bellezza, in un qualche posto del mondo dove ti lasceranno vivere la tua vita. E invece trovano donne che vendono donne, a volte anche bambine. Violenza, stupro, soprusi, umiliazione. Il marciapiede, per le ragazze. I campi, per gli uomini, dove spaccarsi la schiena per pochi euro al giorno. Il caporalato, dopotutto, è conveniente. Qualcuno trova la morte. Di stenti o violenta. I corpi spariscono nel nulla. Ma tanto nessuno li cercherà.
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