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Pronto Soccorso: parte la riforma, arrivano i codici numerici

La priorità è snellire, velocizzare. E la sfida è di quelle quasi insormontabili visto che, quando si tratta di attesa al Pronto soccorso, i tempi sono a dir poco biblici: due ore in media per un codice giallo (cioè un caso considerato critico nell’attuale graduatoria nazionale), calcolate da uno studio del Tribunale del malato, addirittura una settimana per un ricovero. Lì, dove l’assistenza dovrebbe essere invece immediata e gli errori ridotti al minimo. Ecco allora la necessità di cambiare, annunciata già prima dell’estate come imminente, e che in queste ore torna alla ribalta vista la trasmissione – attesa a giorni – delle nuove linee guida approvate dal ministero della Salute alla Conferenza Stato-Regioni. Ma cosa cambia, o dovrebbe cambiare, per rendere i Pronto soccorso più efficienti e operativi?
Le regole di accesso, prima di tutto. Che in termini tecnici vengono definite come “codici di triage”. Oggi – li conosciamo tutti – sono suddivisi in base a una scala di colori: dal codice bianco (prestazione non urgente) al codice verde (differibile) fino al giallo (mediamente critica) e al rosso (molto critica). La riforma pronta per approdare negli ospedali passerà invece a dei codici numerici che vanno da 1 a 5 con l’obiettivo, in particolare, di “spacchettare” in due gradi di urgenza (il 2 e il 3) l’attuale codice giallo: uno relativo al paziente più a rischio, il quale dovrebbe essere d’ora in poi monitorato in modo più attento, l’altro relativo invece a chi è stabile e non rischia uno scompenso. Un doppio codice per la media gravità, insomma, «che permetta agli operatori – ha spiegato Danilo Bono, del coordinamento tecnico della Commissione Salute delle Regioni, che ha seguito la genesi del piano – di “stratificare” meglio le persone in attesa». A cui si aggiunge l’ambizione di un “tempo massimo” previsto per ogni grado di urgenza: accesso immediato per i codici 1, 15 minuti per i 2, un’ora per i 3, 2 ore per i 4 e massimo 3 per i 5.
Altre novità anticipate, il ruolo di monitoraggio del personale infermieristico (che dovrebbe essere chiamato a un controllo dei casi meno urgenti, come già avviene per esempio in Veneto ed Emilia Romagna), display informativi sui tempi di attesa e punti di osservazione intensiva (anche queste, a dire il vero, misure già adottate sul territorio a partire da Lombardia e Piemonte). C’è poi un allegato dedicato alle situazioni di “iperafflusso”: «Un pronto soccorso può avere problemi di tre tipi: arriva troppa gente, ha difficoltà a smistare i pazienti al suo interno, oppure ha difficoltà a farli uscire, mandarli nei reparti e ricoverarli. Il documento del ministero – continua Bono – precisa meglio la catena di operazioni da mettere in atto per gestire queste situazioni e prevede delle specifiche attivazioni di risorse interne».
«La “rivoluzione” nei Pronto soccorso d’Italia che sta mettendo a punto la ministra della Salute, Grillo, è già realtà in Toscana. Quando il suo testo arriverà in Conferenza Stato-Regioni, saremo in grado di portare non solo un contributo di idee e proposte, ma soprattutto i risultati di un’esperienza concreta ed operante» è stato il commento immediato dell’assessore al Diritto alla salute, Stefania Saccardi. La Toscana d’altronde, insieme a Friuli Venezia-Giulia e Lazio, è stata tra le prime a cambiare il sistema del triage adottando quello numerico e raccogliendo risultati positivi in termini di riduzione dei tempi d’attesa e degli errori di diagnosi. «Se vuole dare credibilità ai suoi progetti di innovazione – continua però Saccardi rivolgendosi alla ministra –, assicuri al sistema sanitario le risorse di cui ha bisogno, che invece nel 2019 saranno solo quelle già previste dal governo Gentiloni (un miliardo, ndr) e garantisca l’eliminazione dei vincoli di assunzione del personale sanitario almeno per le Regioni in pareggio di bilancio». Il riferimento è al fondo di appena 50 milioni di euro stanziato a livello nazionale per l’abbattimento delle liste di attesa senza la possibilità di assumere il personale necessario.
Ed è solo la punta dell’iceberg: sullo sfondo restano i problemi nodali del Sistema sanitario nazionale, in primis l’emorragia di medici (più di 8mila quelli usciti dal 2009 ad oggi, 35mila quelli pronti al pensionamento nei prossimi 5 anni), “curata” con appena 900 borse di specializzazione in più dalla legge di bilancio a fronte delle 2.400 necessarie, almeno secondo i calcoli del sindacato medico Anaao. E ancora il mancato rinnovo dei contratti e delle dotazioni tecnologiche, le condizioni critiche di moltissime strutture sul territorio, i tagli.
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