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Infermiere italiano a Londra: "Peccato per la Brexit, qui il merito viene premiato"

La Brexit sta mettendo in ginocchio il servizio sanitario nazionale britannico (Nhs). La crisi del sistema, indebolito da anni di austerità e tagli, è iniziata ben prima del referendum sull’Unione Europea, ma l’esodo di decine di migliaia di medici e infermieri di Paesi Ue la sta aggravando. Sono circa 200mila i cittadini Ue che lavorano per l’Nhs a livello nazionale, concentrati soprattutto a Londra e dintorni. In Inghilterra 100mila assistenti sociali, 20mila infermieri e 11mila dottori – un medico su dieci – provengono da un Paese Ue.

L’esodo è dovuto a una serie di fattori, spiega Alessandro Borca, infermiere specializzato e rappresentante dell’Rcn: «Oltre all’incertezza sui nostri diritti futuri, compreso il diritto a vivere e lavorare in Gran Bretagna, c’è stato un cambiamento di clima, con un’ostilità a volte palese verso gli stranieri, episodi di razzismo e intolleranza da parte di pazienti, e sullo sfondo la crisi dell’Nhs che rende più difficile il lavoro quotidiano».
Questo inverno è stato il peggiore della storia dell’Nhs, con uno scontro quotidiano tra mancanza di fondi e aumento della domanda. «Facciamo turni massacranti di 12,5 ore al giorno e la mancanza di personale sta diventando un rischio per i pazienti, – racconta Borca. – Brexit sta pesando parecchio. Negli ultimi mesi ho visto molti colleghi italiani tornare perché non hanno resistito allo stress e all’incertezza sulle prospettive. Purtroppo temo che questo trend non potrà che accelerare, saranno sempre in più a partire e in meno ad arrivare».
Borca è un italiano di Vittorio Veneto che, dopo la laurea a Padova con 110 e lode, un master di un anno in salute mentale a Trieste e un periodo da Carabiniere, ha iniziato a lavorare in Italia cercando di costruirsi una carriera. Dopo quattro anni, nel 2014, frustrato dalle difficoltà, ha deciso di trasferirsi in Inghilterra, con già un lavoro in tasca conquistato a distanza, con un test scritto e un colloquio telefonico.

«Ho lasciato l’Italia per necessità, perché non c’era la possibilità di costruirmi un futuro professionale, – racconta. – Quello che ho trovato in Inghilterra sono state le opportunità. In meno di quattro anni di vita qui ho avuto un’ascesa professionale che ancora continua perché mi è stata data la possibilità di dimostrare quello che so fare». Dopo esperienze di lavoro nel Norfolk e a Cambridge, Borca lavora ora a Londra all’University College Hospital, legato a Ucl, una delle più prestigiose università britanniche, ha pubblicato un lavoro e partecipa a studi internazionali multicentrici su terapie sperimentali per pazienti sierpositivi. È infermiere specializzato e abilitato a prescrivere medicine, cosa che in Italia non è consentita.
«In Italia le specializzazioni che sono state create con il master non sono riconosciute a livello contrattuale o salariale, – spiega. – Dominano ancora i baroni, mentre qui vige la meritocrazia. In Italia il rapporto tra medici e infermieri è di servilismo, mentre in Inghilterra è di collaborazione e rispetto reciproco. Fin dai tempi di Florence Nightingale gli infermieri sono stimati e considerati la spina dorsale della sanità e c’è uno spirito di servizio e un senso di comunità che in Italia mi sembra stiamo perdendo».
L’obiettivo di Borca è continuare la sua formazione con un dottorato di ricerca e andare avanti sul suo percorso professionale: «Nonostante la crisi dell’Nhs, continuano a investire su di me. Sono appena stato a Berlino per lavoro, l’anno prossimo andrò a Singapore per presentare un lavoro. La mia crescita professionale continua, lavoro tantissimo ma sono contento».
Per questo, nonostante le incertezze legate a Brexit, nonostante la crisi del sistema sanitario britannico, nonostante le mille difficoltà quotidiane, Alessandro resterà a Londra. Però dice: «Se ci fosse la possibilità di vedere riconosciuti il mio ruolo e le mie competenze, tornerei in Italia subito».
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