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La guerra tra ospedali per rimanere senza infermieri e medici

Ospedaletti di provincia o sparsi tra isole e montagne addio. Almeno per la metà di loro. La desertificazione dei piccoli nosocomi è già iniziata per carenza di medici e infermieri. E non è che a chiudere i battenti siano solo i restanti con meno di 120 posti letto, che per legge avrebbero già dovuto smobilitare da trent’anni. Ad alzare bandiera bianca sono anche quelli di maggiori dimensioni “ma che non riescono più ad attrarre i professionisti sanitari sia in termini di stipendi, spesso inferiori a quelli delle cliniche private convenzionate, che di carriera”, denuncia Luca Baldino, direttore generale della Asl di Piacenza. Che ritiene improcrastinabile «un nuovo governo della allocazione del personale».
«Oramai tra di noi aziende sanitarie è una guerra per accaparrarci medici e infermieri, pur sempre nell’ambito delle procedure concorsuali e di mobilità», ammette Dario Rosini, direttore delle risorse umane della Asl Toscana sud-est, un’area dove si fatica ad attrarre personale «Oggi qui da noi c’è già una carenza notevole di anestesisti, ortopedici, pediatri e medici di emergenza». Gli stessi che scarseggiano maggiormente anche nel resto d’Italia. Ma la situazione è destinata a precipitare da qui a cinque anni, quando l’esodo dei figli del baby boom raggiungerà l’apice.
Uno studio condotto dal sindacato dei camici bianchi ospedalieri, l’Anaao, parla chiaro: a partire da oggi si marcerà al ritmo di 5.600 pensionamenti l’anno. Così che in un decennio andranno in quiescenza 55.500 medici, 47.300 specialisti ospedalieri, più 8.200 universitari e specialisti ambulatoriali. Mentre l’età media sale in modo sempre meno compatibile con turni massacranti e lavoro notturno. Soprattutto quando bisogna affrontare le emergenze dei pronto soccorso, cronicamente sovraffollati. E non è che le cose vadano meglio per gli infermieri. Oggi ne mancano 50 mila, 20mila negli ospedali, i restanti nei servizi territoriali. Ma entro il 2025 a non rispondere all’appello saranno in 90mila, dicono le proiezioni del neonato Ordine delle professioni infermieristiche.
Il turn over
I blocchi del turn over fino ad ora hanno concesso poche deroghe, ma il programma di governo “giallo-verde” al capitolo sanità parla di nuove assunzioni per sopperire al gap. «Ma anche se decidessimo oggi di coprire tutti i vuoti delle piante organiche arriveremmo in ritardo all’appuntamento con i picchi dell’esodo, perché per formare un medico servono appunto cinque anni ed oggi le scuole di specializzazione a numero chiuso non sono in grado di soddisfare l’offerta. Così le uscite dal lavoro finiranno per strangolare come una garrota gli ospedali dei centri più disagiati, la metà dei quali rischia di scomparire da qui a cinque anni», spiega Pierluigi Tosi, vice presidente di Fiaso, la Federazione di asl e ospedali. Che in questa situazione vede però anche un rovescio della medaglia positivo.
«Anche perdendo 55-60mila medici il loro numero sarebbe nella media dei paesi europei che garantiscono ottimi standard sanitari ma che hanno però molti più infermieri di noi. Se sapremo riorganizzarci prendendo questi sistemi a riferimento potremmo fronteggiare l’emergenza e forse migliorare la qualità dell’assistenza», si sbilancia, ipotizzando una sanità dove i medici fanno i medici ma delegano la parte assistenziale ai loro cugini. E una rivoluzione in questo senso è già in atto. Con gli ospedali organizzati non più in reparti ma per intensità di cura, dove il controllo dei pazienti in corsia, salvo emergenze, è affidato proprio agli infermieri. Che in molti pronto soccorso con il modello “vedo e tratto” prendono in carico i pazienti meno gravi. O con l’infermiere di famiglia, che bussa alle porte di anziani e cronici per verificare che controlli e terapie siano fatti correttamente. Una sanità che dove non si reinventa rischia di lasciare senza assistenza troppi cittadini.
Fonte: lastampa

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