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L'infermiera che salvò migliaia di bambini diviene opera teatrale

In occasione delle commemorazioni per la Giornata della Memoria, il 12 febbraio prossimo, alle 19, l’Istituto Polacco di Roma proporrà l’evento teatrale, ideato e diretto da Roberto Giordano: “Irena Sendler. la terza madre del ghetto di Varsavia”, per commemorare la vita e l’opera di un’infermiera polacca, morta nel 2008, che salvò migliaia di bambini ebrei durante le persecuzioni naziste. Irena aveva 30 anni quando cominciarono le deportazioni e, grazie al suo coraggio e al suo lavoro di infermiera, strappò dalla morte sicura in un campo di sterminio 2000 bambini ebrei, solo alcuni dei quali, a guerra finita, riuscirono a ricongiungersi alle loro famiglie. Mettendo a repentaglio la sua stessa vita e, benchè arrestata dalla Gestapo e condannata a morte (si salvò grazie ai partigiani polacchi che corruppero dei soldati tedeschi), li portò in salvo con documenti falsi e affidandoli alle cure di famiglie cristiane che abitavano in campagna.
Lo spettacolo, in collaborazione con l’Associazione per la Cooperazione e l’Amicizia Italo-Polacca in Campania, sarà seguito da una breve testimonianza di Fra’ Eligiusz Mucha, dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio.
BIOGRAFIA IRENA SENDLER 
Nacque il 15 febbraio 1910 a Varsavia e morì a Varsavia il 12 maggio 2008. È stata un’infermiera e assistente sociale polacca, che collaborò con la Resistenza nella Polonia occupata durante la Seconda guerra mondiale. Divenne famosa per avere salvato, insieme con una ventina di altri membri della Resistenza polacca, circa 2.500 bambini ebrei, facendoli uscire di nascosto dal ghetto di Varsavia. I più piccoli vennero portati fuori dal Ghetto dentro ambulanze o altri veicoli (con un furgone riuscì a portare fuori alcuni neonati nascondendoli nel fondo di una cassa per attrezzi o chiusi in sacchi di juta). Fuori dal ghetto, la Sendler forniva ai bambini dei falsi documenti con nomi cristiani, e li portava nella campagna, dove li affidava a famiglie cristiane, oppure in alcuni conventi cattolici come quello delle Piccole Ancelle dell’Immacolata a Turkowice e Chotomów. La Sendler annotò i veri nomi dei bambini accanto a quelli falsi e seppellì gli elenchi dentro bottiglie e vasetti di marmellata sotto un albero del suo giardino, nella speranza di poter un giorno riconsegnare i bambini ai loro genitori. Nell’ottobre 1943 la Sendler venne arrestata dalla Gestapo: fu sottoposta a pesanti torture (le vennero fratturate le gambe, tanto che rimase inferma a vita), ma non rivelò il proprio segreto. Fu condannata a morte, ma venne salvata dalla rete della resistenza polacca attraverso l’organizzazione clandestina Żegota, che riuscì a corrompere con denaro i soldati tedeschi che avrebbero dovuto condurla all’esecuzione. Nel 1965 venne riconosciuta dallo Yad Vashem di Gerusalemme come una dei Giusti tra le Nazioni, solo in quell’occasione il governo comunista le diede il permesso di uscire dal paese per ricevere il riconoscimento in Israele. La storia di Irena Sendler è rimasta sepolta per 60 anni ed è stata riscoperta nel 1999 da alcuni studenti di una scuola superiore del Kansas (cfr. il progetto Life in a jar), che hanno lanciato un progetto per fare conoscere la sua vita e il suo operato a livello internazionale. Nel 2003 papa Giovanni Paolo II le inviò una lettera personale elogiandola per i suoi sforzi nella resistenza polacca. Il 10 ottobre 2003 le fu conferita la più altra decorazione civile della Polonia: l’Ordine dell’Acquila Bianca e il Premio Jan Karski “Per il Coraggio e il Cuore”. Fino all’ultimo suo respiro non ha fatto altro che ripetere: “Ogni bambino salvato con il mio aiuto è la giustificazione della mia esistenza su questa terra, e non un titolo di gloria” ed anche: “Avrei potuto fare di più. Questo rimpianto non mi lascia mai.”
 
Fonte: IPASVI

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