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Concorso Umberto I: riflessioni di una candidata

“Uno su mille ce la fa…”cantava parecchio tempo fa Gianni Morandi, in queste ore credo sia diventato il riff di moltissimi ragazzi che seduti davanti al pc o con lo smartphone di ultima generazione stanno scorrendo la graduatoria del concorso per infermieri del Policlinico Umberto primo di Roma. Immagino già la scena: dopo aver ricevuto milioni di sms dove da ogni angolo della terra scrivono “oh regà è uscita la graduatoria”, ognuno di quei ragazzi si ferma, quasi fosse bloccato non riuscendo più a concludere quello che stava facendo, accende il PC, il cuore che corre veloce neanche fosse Varenne , quel cuore che ti arriva in gola e che se per sbaglio spalanchi la bocca te lo ritrovi spalmato sullo schermo del PC, sudorazione algida, praticamente in fase di pre-morte, cosi tesi che se qualcuno prende un coltello e ce lo pianta nel petto non riuscirebbe a far uscire neanche una micro goccia di sangue.
Il motivetto che continua nella nostra testa e il mouse che scorre lentamente prima furiosamente poi su tutti quei codici numeri, che identificano ognuno di noi. Ed eccolo il famigerato numero, cavolo quella sono io 000….8 , ferma per un minuto e poi elaboro:”non ammessa punteggio 24”, ovviamente non posso scrivere realmente le prime due parole che sono uscite dalla mia bocca, non sarebbero delicate, ma posso descrivere quello che è successo nella mia testa. Inizia così il mio Trip mentale del quale non sono in grado di quantificare la durata. Quando ti rendi conto di aver perso un’occasione che tu ritieni importante alcuni sentimenti prendono il sopravvento, rabbia, frustrazione, inadeguatezza, confusione, cominci a mettere in dubbio tutto quello che fine a quel momento sei e quello che realmente vuoi diventare.
Questo succede perché viviamo nell’era dell’ansia del posto fisso, perché posto fisso uguale stipendio fisso uguale sentirsi realizzati e vedere magari i sacrifici di questi ultimi anni ripagati… ma quanti realmente amano quello che fanno e quel concorso l’hanno fatto perché interessati veramente a quel “sogno”?! Realizzi che una cosa ti interessa veramente quando l’hai persa e non puoi fare più niente per riaverla…e così dal momento in cui scopri la delusione passano tante ore prima di elaborare il “lutto”, io in queste ore ho evitato qualsiasi tipo di rapporto umano, non volevo sentire le teorie di altre persone, non volevo pacche sulla spalla tipo “brava, continua cosi andrà meglio la prossima volta”.
Meglio la prossima volta? Forse certa gente non sa che occasioni così nella tua regione, in un ospedale così grande ricapitano tra dieci anni, vabbé prendo un caffè e poi penso, tra dieci anni sarò più matura più preparata, pensate un po’ il cervello umano che baggianate riesce ad elaborare, io altri dieci anni cosi non li voglio passare, invocando il cielo e aspettando il miracolo, io vado avanti, perché credo in me a quello che sono, troverò sicuramente il mio seppur piccolo posto nel mondo, magari fisso. Alla fine in preda al panico uno dice “loro non sanno chi hanno perso”, negli stati d’ansia succedono tante cose e se ne pensano ancor di più. Ed ecco che con gli occhi persi in un semaforo ad un incrocio entri nel limbo di cosa è più importante nella vita, in questo caso pensando al fattaccio uno direbbe come prima cosa , il lavoro il posto fisso (e nei meandri più imbarazzanti della mente umana pensi pure che magari anche tu diventerai un “furbetto anonimo”) e invece no le cose più importanti sono altre cari colleghi delusi, a volte anche nelle condizioni più critiche magari in una clinica che ti assume a partita iva scopri che molto più importante del posto fisso sono i rapporti fissi, umani, quelle persone che ti accompagnano dalla prima mattina alle 7 fino alla tredicesima ora dello stesso giorno, un abbraccio, un confronto, un dubbio, loro sono sempre lì e sono gli unici che veramente posso permettersi di dirti: andrà meglio la prossima volta…
La prossima volta andrà meglio, io lo so ne sono certa, capisco che siamo tutti molto amareggiati e stanchi, ma anche il sole si sarà rotto di sorgere tutti i giorni, ma lo fa lo stesso e alla fine della giornata è felice perché ha fatto felici milioni di persone, che stanno in fila sul raccordo, fumano una sigaretta durante una pausa a lavoro, che si godono un giorno di riposo… magari per essere un infermiera sono un po’ troppo romantica ma il nostro lavoro è composto da un 25%di scienza, 25% di tecnica, 50% di cuore, quindi usatelo questo bel 50% nella vita di tutti i giorni nessuno vi giudica a crocette, ma giudica il modo in cui approcciate alla realtà lavorativa di tutti i giorni, i pazienti percepiscono questo, quanto cuore metti? Quanti sorrisi fai? La mia delusione per questo concorso rimane non è che adesso che ho messo nero su bianco queste quattro parole carine ho risolto i problemi, però devo ammettere che mi ha aiutato a fermarmi un attimo, riflettere e tornare serena, perché mai ci si deve ammalare per certi traguardi non raggiunti, perché ribadisco fortunatamente ce ne saranno altri, anche tra dieci anni ma ci saranno…quindi miei cari colleghi, ho iniziato citando Morandi e finisco cosi: “per quanta strada ancora c’è da fare amerai il Finale”, in bocca al lupo a voi che avete superato la prima prova, mi raccomando metteteci il cuore.
P.s io mentre aspetto questi dieci anni mando qualche altro curriculum, appena fatto!
 
Articolo scritto e redatto da E.B. e pubblicato dalla redazione di Infermieritalia.

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3 comments

Luisa Marzo 16, 2017 at 10:25

Tra i candidati del Concorso Umberto I c’era anche “una come me” che ancora tenta a 42 anni e come “capo famiglia” di tentare di superare la “prova”. “Una come me” che per prepararsi ad un esame deve studiare la notte, durante i turni di notte quando hai la fortuna di fare qualcosa….perché durante il giorno si “seguono” i figli, la casa, la continua ricerca di lavoro. Io tra dieci anni ne avrò 52 e mi fa paura l’ idea di dover mandare ancora curriculum, di lavorare se si è fortunati a tempo determinato. Ogni volta che scade il contratto se non sei a “nero” “una come me” pensa …”e adesso”? Ti rimetti in gioco, provi avvisi, concorsi, curriculum…ma nel mentre lo stipendio non c’è più e mi viene l’ansia perché devo pagare le bollette, devo pagare le tasse, devo essere in grado di far crescere i miei figli dignitosamente, mi devo occupare del loro andamento scolastico, mi devo occupare “del loro stare bene”…
È bello l’articolo di questa giovane infermiera. Ci si mette il cuore, il “sapere e il saper fare”…ma a volte non basta

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Eleonora Marzo 16, 2017 at 23:29

Ciao Luisa, grazie per avermi fatto vedere e riflettere anche sul tuo punto di vista …. io spero che troverai anche tu il tuo posto nel mondo , grazie per aver letto apprezzato il mio articolo … ” per aspera ad astra ” sempre ..buona vita ti abbraccio E.B

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Loris Aprile 5, 2017 at 08:06

Ma ancora credete alla bufala del concorso, io sono da 3 anni in Germania a Wolfsburg, lavoro con un contratto a tempo indeterminato con 13a e 14a, 35 giorni di ferie in 1 anno, ho imparato il tedesco liv.B2 finanziato dall’Azienda, e sono arrivato che non sapevo un cavolo. P.s è bastato solo inviare il cv. e dopo 2 giorni la risposta, per fissare l’intervista conoscitiva su Skype con l’interprete. Un paese dove tutto funziona.

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