Scoperto il gene che frena il cancro!

Queste sono le notizie di cui vorremmo sempre sentir parlare ai notiziari e sui quotidiani. La ricerca nel campo sanitario non si ferma mai e, per questo, le scoperte si susseguono l’un l’altra, con una rapidità impressionante! Questa è una delle ultime! I ricercatori dell’Istituto Humanitas di Rozzano (Milano) hanno scoperto che un particolare gene, chiamato Ptx3, è capace di ‘spegnere’ il cancro con un meccanismo “nuovo e unico”. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Cell, è stato coordinato da Alberto Mantovani, e finanziato grazie ai soldi raccolti attraverso il 5Xmille dall’Associazione italiana per la ricerca contro il cancro (Airc). La nuova scoperta arriva da una storia di ricerca che risale a vent’anni fa, quando l’immunologo italiano Alberto Mantovani, oggi ‘big’ internazionale della ricerca e direttore scientifico dell’Istituto clinico Humanitas di Rozzano (Milano), con il suo team diventava ‘padre scientifico’ di una molecola dell’immunità innata, allora battezzata Ptx3. Oggi quella scoperta torna di nuovo all’attenzione della comunità scientifica e medica perché i ricercatori dell’Humanitas hanno scoperto che Ptx3 ha la capacità di frenare il cancro, comportandosi come un oncosoppressore. Inoltre, come illustrato nello studio pubblicato su Cell, lo fa con un meccanismo nuovo e unico, tenendo sotto controllo la risposta infiammatoria e non agendo sulla cellula tumorale come tutti gli altri oncosoppressori fino a oggi noti.

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Lo studio ha coinvolto molti medici e ricercatori dell’Humanitas, in collaborazione con prestigiosi istituti internazionali, spiega lo stesso Mantovani che paragona la cellula tumorale a un’automobile con “l’acceleratore sempre schiacciato (sono sempre attivi gli oncogeni, i geni che la fanno riprodurre) e i freni (gli oncosoppressori) che non funzionano”. Altra caratteristica fondamentale della cellula tumorale è il fatto di essere inserita in una ‘nicchia ecologica’ particolare: “un microambiente infiammatorio nel quale e grazie al quale cresce e prolifera”. Un ecosistema amico, dunque, per la malattia.

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Lo studio dimostra ora, per la prima volta, che Ptx3 frena la formazione del cancro e come ci riesce. “Le nostre ricerche – spiega Alberto Mantovani – hanno evidenziato che in alcuni tumori (colon, pelle e un tipo di sarcomi) Ptx3 viene come ‘spenta’ precocemente, nel colon allo stadio di tumore benigno (adenoma). Questo spegnimento toglie i freni a una cascata di mediatori dell’infiammazione detta ‘complemento'”. E così “il tumore recluta ‘poliziotti corrotti’, i macrofagi, che ne promuovono la crescita e l’instabilità genetica. Si tratta di una scoperta inattesa, da cui ci aspettiamo importanti implicazioni sul fronte clinico”. La molecola Ptx3 era già indirizzata verso i test clinici: “Anche grazie al sostegno di Airc – spiega l’immunologo – la stiamo testando come potenziale farmaco per impedire le infezioni da Aspergillus nei pazienti con tumore e difese immunitarie compromesse. Oggi, questa nuova scoperta fornisce un ulteriore motivo per attivare una sperimentazione clinica di Ptx3 contro i tumori”. I tempi? “Noi contiamo di andare in clinica entro fine anno, al massimo all’inizio del 2016“, annuncia Mantovani all’Adnkronos Salute.
“L’innovazione, il fare ricerca che credo si possa definire di frontiera, paga – riflette lo scienziato – . Ci vuole tanto tempo, percorsi lunghi. Pensiamo per esempio alle terapie che risvegliano il sistema immunitario: hanno alle spalle un viaggio lungo vent’anni e ora sono approvate per uso clinico. Ma bisogna avere il coraggio di puntare sulla ricerca innovativa, che è l’unica che dà frutti innovativi”.

E andando indietro nel tempo, alla scintilla che ha dato origine all’avventura di Ptx3, si scopre che tutto ha avuto origine da una squadra di cervelli italiani oggi al top. Mantovani racconta: “C’era una collaborazione fra due gruppi di ricercatori, il mio e di Elisabetta Dejana, con Martino Introna e Ferruccio Breviario. Allora si andava a caccia di geni. Abbiamo avuto il coraggio di metterci a pesca e ci siamo concentrati su una famiglia di molecole che sono una delle parole chiave dell’immunologia, le interleuchine. Io ero a metà della mia carriera scientifica”.

Oggi a distanza di 20 anni una nuova tappa. “La molla che ha fatto scattare altre ricerche è stata che volevamo andare in clinica con una molecola già disponibile e, sia per una questione di sicurezza dei malati ma anche per alcuni segnali che ci arrivavano da precedenti studi, abbiamo cominciato delle prove di carcinogenesi”, dalle quali è emerso il ruolo oncosoppressore di Ptx3. E’ stato “un viaggio ‘andata e ritorno’: dal banco del laboratorio al letto del malato e viceversa. Nella ricerca biomedica è importante questo intreccio bidirezionale. Siamo tornati al letto del paziente per vedere se questa scoperta fosse rilevante per i tumori umani e abbiamo provato che era così, che questo gene era spento in alcune neoplasie”. E adesso “la storia continua”.

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