Operatore Socio Sanitario: una professione sottostimata

Un sorriso costa meno della corrente elettrica, ma dà più luce”. Ecco a voi uno dei tanti aforismi sul sorriso che la specie umana ha ideato nel corso della storia. A chi non è capitato di tirare un sospiro di sollievo dopo una pessima giornata, sorridendo davanti alla gentilezza inaspettata di un incontro casuale?  

Ci sono professioni, alcune più di altre, in cui le capacità di far sorridere e di donare un po’ di serenità e sollievo contano più di qualsiasi altra qualifica o prerogativa. Oggi la rubrica ha voluto dare rilievo a uno di questi mestieri ed è andata a fare una piccola chiacchierata con Margherita, giovane operatrice socio-sanitaria che lavora in una casa di riposo in provincia di Trieste. 

L’Operatore Socio-Sanitario (O.S.S.) è oggi una figura spesso sottovalutata e che si tende a dare per scontata, non pensando che in realtà questi professionisti del settore sono, insieme a infermieri e medici, coloro che hanno in carico la cura della persona malata e, di conseguenza, anche il suo benessere. 

Margherita con quale tipo di utenza lavori?

La casa di riposo in cui lavoro ospita prevalentemente anziani, ma anche persone che per qualche motivo devono affrontare un percorso di riabilitazione. Tra gli anziani le situazioni che troviamo sono molto varie: si va da chi è quasi totalmente autosufficiente a chi ha perso ormai tutta la propria autonomia. La struttura poi è fornita di un nucleo specializzato per i pazienti affetti da alzheimer.

Che cosa ti ha spinto a lavorare in questo campo?

Ho solo trent’anni, ma ho l’impressione di fare questo lavoro da sempre! (ride, n.d.r.) Ho iniziato che avevo appena 19 anni, anche se non in maniera continuativa: all’inizio non ero pronta, mentre oggi lo sono con tutta me stessa. Stare a contatto con malattia e morte non è facile e all’inizio in me prevalevano l’angoscia e il dolore.  Non so dire l’esatto motivo che mi ha fatto scegliere questa professione, ma posso affermare di aver provato a fare altro e di non essermi trovata assolutamente a mio agio. Pur essendo il mio un lavoro molto duro sia fisicamente che psicologicamente, mi sono stressata molto di più nel lavorare in altri settori. Ho persino lavorato con i bambini, avendo una qualifica professionale che me lo permetteva, ma non mi sono trovata nel mio ambiente così come accade quando sto con gli anziani.

Potremmo dire che per fare il tuo lavoro ci vuole la vocazione! Che cosa significa lavorare con gli anziani per te?

Lavorare con gli anziani è molto impegnativo, ma decisamente sono molte più le soddisfazioni che le delusioni: prendersi cura di qualcuno aiutandolo a mantenere la sua dignità personale anche in condizioni di fine vita o di non autosufficienza, non ha prezzo. Di ritorno hai la fiducia che l’individuo ripone in te, e non è poco. Hai l’opportunità di donare qualità agli ultimi anni o mesi dell’esistenza delle persone con cui lavori, senza dimenticarsi che anche il tempo di “fine vita” deve essere considerato Vita. In più ti fa ricordare quali siano le cose importanti, ti spinge a relativizzare e vivere meglio anche la tua quotidianità…certo io ora parlo per me, ma credo che sia il punto di vista molti colleghi! Questa professione mi fa sentire utile e nonostante non si lavori su progetti con obiettivi a lungo termine, la trovo immensamente varia, necessaria e interessante. Non ci prendiamo solamente cura dell’igiene della persona (utilizzando le nostre competenze professionali) ma affrontiamo spesso insieme a lei tanti aspetti davvero importanti; insieme alle famiglie abbiamo la possibilità di dare un po’ di sollievo al dolore. Siamo al loro fianco ad ascoltarle e spesso mi accorgo che questa è la cosa più grande.

Per quanto riguarda la vocazione…sì io credo che sia necessaria per fare questo lavoro: ho visto colleghi che non ce l’hanno fatta, hanno lasciato perché era davvero troppo! Bisogna volerlo proprio fare questo lavoro. Da molti viene considerato sgradevole e credo sia un vero peccato! Ci vogliono tanta umanità e forza per scegliere di fare propria questa strada e non è un mestiere da considerarsi di seconda categoria. Noi lavoriamo con le persone e per farlo bene non bisogna mai dimenticarselo.

Ok. Ora parliamo della parte difficile: si legge di tanto in tanto di episodi di violenza nelle case di riposo, che cosa ne pensi?

Eh sì, un tema importante e forse anche scomodo. Questi episodi non sono in nessun modo giustificabili e vanno denunciati e isolati, ma credo che parta tutto dal fatto che questo lavoro possa risultare talvolta altamente stressante: il personale è spesso preda della più famosa malattia professionale degli ultimi anni, il burn-out. Penso che se agli operatori socio-sanitari venisse fornito un supporto di tipo psicologico, così come avviene in altre situazioni in cui il lavoratore è sottoposto a forte stress, di certo diminuirebbe il numero di simili episodi, che come ho già detto vanno sempre condannati e isolati. Qui si parla anche di tutela del lavoratore ed è un discorso molto complesso.

Altre difficoltà nel mio lavoro? Riuscire a stare perfettamente nei tempi dei protocolli, rimanendo contemporaneamente umani e funzionali, ecco una cosa molto, molto complicata per me. Questo rende difficile accontentare i bisogni delle persone in toto, ma può essere anche una sfida, o magari una spinta a cambiare le cose in futuro.

E poi beh, certo: il fine vita, la morte, il dolore…queste sono cose talvolta molto pesanti da affrontare, per questo dico che devi proprio volerlo fare.

Margherita, ci piacerebbe concludere con qualche racconto, che ne dici?

Ah beh! Di aneddoti che potrei raccontare ce ne sono a bizzeffe, non saprei quale scegliere o da dove cominciare, e si tratta di storie vere, alcune tristi, altre molto divertenti. Ci sono anziani che oramai non hanno più nessuno e ti ritrovi a passare le feste con loro, diventi quasi la loro famiglia e questo è davvero incredibile. C’è un ospite della casa di riposo che, essendo affetto da alzheimer, ogni giorno in mensa mi chiede se posso pagargli il pranzo: quando gli rispondo di non preoccuparsi, mi ringrazia sentitamente assicurandomi che la sua mamma andrà a restituirmi il denaro. Sono cose che ti aprono il cuore e che ti ricordano la vulnerabilità della vita umana.

Ringraziamo Margherita che ha voluto condividere con noi la sua esperienza e tutte quelle persone che come lei si occupano quotidianamente dei nostri cari, con dedizione e cura.

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