Infermieri neolaureati: precari e guadagnano meno di una colf (con tutto il rispetto)

Con un impiego sì, ma precario e che non consente di essere economicamente indipendenti. È questa la fotografia dell’infermiere ad un anno dalla laurea. Se la ricerca di un’occupazione non è (quasi) mai stato un problema per chi esercita questa professione, è provato invece che, rispetto ad alcuni anni fa, molte cose sono cambiate: a partire dalla tipologia di contratto e dalla retribuzione oraria. A rivelarlo una ricerca condotta dall’Ipasvi di Brescia, l’ordine provinciale degli infermieri, sui nuovi iscritti in provincia nel 2016. Il dato confortante è che ad un anno dalla laurea più dell’80 per cento degli infermieri trova qualche forma di occupazione (il dato nazionale si aggira intorno al 60 per cento) che va dal lavoro come dipendente (il 60 per cento) alla libera professione (16 per cento) fino alla collaborazione continuativa.

Il 50% non ha completa indipendenza economica

Tra i neolaureati dipendenti di Brescia e provincia la maggioranza l’impiego l’ha trovato nel privato (67 per cento). Rsa ed ospedali accreditati la fanno da patroni in quanto ad assunzioni mentre il pubblico latita assumendo solamente quanto basta per coprire il posto di chi va in pensione. I dati parlano di un 7 per cento di neolaureati dipendenti di aziende pubbliche. I primi mal di pancia cominciano quando si parla di tipologie di contratto. Oltre il 60 per cento degli infermieri che ha trovato un impiego ad un anno dalla laurea ha un contratto a tempo determinato. Pochi anzi pochissimi i fortunati (il 7 per cento) che sono riusciti ad ottenere un tempo indeterminato. A pesare come un macigno sul lavoro dei giovani infermieri neolaureati è la questione stipendio. Il 48 per cento dichiara di essere economicamente indipendente con l’attuale incarico ma il 51 per cento dice il contrario. Andando nel dettaglio il 28 per cento confessa di non riuscire ad essere del tutto indipendente mentre il 23 per cento dice di non esserlo in alcun modo. Gli infermieri che dichiarano una simile situazione di solito vengono pagati 8-10 euro l’ora, un bel passo indietro se si pensa che solo una decina di anni fa, quando ancora c’era il tariffario, si viaggiava sui 25-31 euro orari. «I giovani neolaureati – sottolinea Stefano Bazzana, presidente Ipasvi Brescia – patiscono il doppio fenomeno del precariato e di un subdolo sfruttamento e demansionamento lesivi di una professione con un alto valore sociale e morale».

Tanti fuggono all’estero

La scelta di optare per un’esperienza (di solito ben pagata) all’estero è gradita a molti. Negli ultimi 2 anni all’Ipasvi di Brescia sono arrivate 125 richieste di certificazione «good standing» per poter andare a fare l’infermiere nei paesi dell’Unione Europea o nel Regno Unito. Eppure sbocchi occupazionali ce ne sarebbero anche in Lombardia se solo prendesse il via il servizio dell’Infermiere di Famiglia previsto dalla legge 23 del 2015. Sei le aree funzionali sulle quali si esplica il ruolo dell’infermiere di famiglia: infermiere clinico assistenziale che segue i casi ed esegue le prestazioni, il care manager che segue un pool di pazienti, l’infermiere educatore, quello che gestisce la telesorveglianza e i richiami e l’infermiere che gestisce nuove strutture (come Rsa aperta) con responsabilità organizzative. «A due anni dall’entrata in vigore della riforma non si è mosso nulla in questa direzione anzi – aggiunge Bazzana – una recente delibera regionale sulla cronicità, che ci ha spiazzato, ha affidato i cronici a nuovi gestori erogatori pubblici e privati in competizione tra loro con il rischio di creare ulteriore frammentazione».

Fonte

Lascia un Commento

contatore